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Silenzio, dignità e pudore

             Mi ero promesso di non tornare più sul dramma vissuto nella valle di Altolia  Molino e Giampilieri perché il silenzio, spesso, è più rispettoso delle parole.

Ascolto il ronzio degli elicotteri, che perlustrano dall’alto il territorio disastrato, e sono convinto che tutto ciò che si sta facendo è per il bene dei sopravvissuti; la quiete già ritrovata nella mia valle sembra irreale e mi sorgono sensi di colpa pensando che a due vallate da me si spalano fango e macerie. Sono tentato di calzare anch’io gli stivali e dare a quella gente l’aiuto che posso; forse lo farò in seguito, forse non lo farò mai. Di fronte ad un’imponente macchina organizzativa di soccorsi una singola o non regolata iniziativa di aiuto potrebbe essere di intralcio. Tutti sul campo delle operazione, soccorritori, bisognosi di aiuto e curiosi; ciascuno con un ruolo che darà spettacolarità ad un dramma della vita già consumato. Tutto o quasi tutto, in sacrificio al diritto all’informazione, va sotto l’impietoso occhio ed orecchio di telecamere, obiettivi fotografici e microfoni; l’alluvione e le sue conseguenze saranno trite e contrite fino all’ennesimo funerale solenne. Nel gran calderone c’è posto per dettagli ed ingrandimenti che suscitano il pietismo collettivo e lacrime di coccodrillo. In questo accanimento sulla tragedia, vero sciacallaggio mediatico, mi disturba la mancanza di rispetto alla dignità delle persone, ferite negli affetti ed estirpate dai luoghi di appartenenza da un ruggito della natura. Un moderno, aggressivo e rampante giornalismo strombazza ai quattro venti, senza pudore, i disagi di una popolazione, la cui massima aspirazione e di poter vivere una vita qualitativamente migliore nei luoghi di origine. Per il raggiungimento di tale obiettivo bisogna fare i conti con un delicato e fragile equilibrio fra il territorio, la sua gestione e i fenomeni naturali. Problemi di sempre e di ogni luogo e la popolazione di turno che ne esce sconfitta merita la riconoscenza di tutti e l’incoraggiamento a riprendere un cammino interrotto tragicamente. Espletato il diritto all’informazione, via tutti quelli che non hanno da imbracciare pala e piccone o rimboccarsi le maniche; via tutti quelli che fanno antropologia da salotto, che attirano curiosi alla ricerca di un macabro ricordo sui luoghi del disastro. E’ successo così nel Febbraio 1906, quando la Società Tranviaria offriva il viaggio gratis ai curiosi per la spaventosa mareggiata di Galati. Sarà stato per questo motivo, per far provare emozioni forti alla clientela raffinata, d’alto bordo e annoiata, che il comandante di una gigantesca nave da crociera ha fatto rotta il più vicino possibile alla costa davanti ai luoghi del disastro. La nostra terra non è un caravan-serraglio di bestie rare; la nostra gente, nel tempo, si è dovuta difendere da tutte le varietà di calamità naturali, dalle eruzioni vulcaniche, alla siccità o al suo contrario, a tutto ciò che deriva dal nostro rapporto con il territorio. Tutto ritornerà come e meglio di prima, eccetto che per i morti, i quali adesso, come i vivi, hanno solo bisogno di rispettoso silenzio.

Mi piace ricordare quel che ho scritto sulla valle ferita, dopo una escursione, il 28 Gennaio 1990: “L’incalzare dello Scirocco ci costringe a non indugiare sul pianoro; lo lasciamo diretti al villaggio di Molino lungo una dorsale ripida. La discesa si presenta rapida, intervallata da brevi soste, utili per compattare il gruppo e per dare uno sguardo a Nord, mentre il villaggio Pezzolo “tramonta” dietro Puntale Sant’Anna, ad Ovest Altolia si fa “ascoltare” con i poderosi rintocchi della campana grande e ad Est Giampilieri si mostra nella sua pretesa di essere una cittadina nei confronti del villaggio Molino, al quale ci stiamo rapidamente avvicinando.”

    Mi permetto un’altra citazione e chiudo; un famoso scrittore americano ha tratto il titolo di un suo romanzo da una emozione non sua; la stessa emozione susciterà la campana grande di Altolia quando suonerà, in memoria dei morti, e i suoi rintocchi, in echi più volte ripetuti, nel silenzio della valle, giungeranno fino al mare: “Ogni morte d’uomo mi diminuisce perché anch’io faccio parte dell’umanità, perciò non mandare mai a chiedere per chi suona la campana, essa suona per te.”                                                      
                                                            (Ullo Paolo)

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