![]() |
||
|
ANTROPIZZAZIONE ED EVENTI NATURALI Niente di dottorale in questo titolo; oltre che non averne il ruolo, mi serve solo per definire il concentrato di chiacchiere o opinioni, le mie naturalmente, sul disastro di Giampilieri e Scaletta, già consumato, ed altri ancora da venire, chissà dove e chissà quando. Prima che cali il sipario del tempo, velo pietoso che copre e smussa i drammi della vita, a caldo, prima che anche le chiacchiere, come le caldarroste, vadano in scadenza, perdano di calore, e di vigore, concentro la mia attenzione su avvenimenti già analizzati e discussi da ogni angolazione. Tutti analisti del dolore, reso oggetto di spettacolo, fino a quando, come avvenuto per altri ruggiti della natura, scenderà il silenzio. Con la determinazione di dover fare i conti con una ordinaria, già vista e vissuta, tempesta di pioggia autunnale, ho lasciato l’autobus, intrappolato in fila dalla lunghezza e durata imprevedibile, dal ponte sul Torrente Mili per raggiungere casa nel più breve tempo possibile. Sotto una pioggia meno battente e sotto un cielo elettrico, sentivo di poter dominare il fenomeno orientando in modo opportuno l’ombrello. Mi bastava arrivare dai miei, che non avevo potuto avvisare per i telefoni impazziti, asciugarsi e anche questa alluvione sarebbe stata archiviata. A differenza di mio nonno, che al primo sentore di aria “da fiume” lasciava la campagna per tornare in paese, io tornavo dal lavoro in città con la sensazione di andare incontro a crescenti difficoltà e come lui determinato a superarle fino a quando sarebbe stato possibile. Non ho scelto io l’ora del ritorno, né potevo cambiare il corso degli eventi; come altre volte, pigre nuvole cariche di umidità, intrappolate nello Stretto di Messina, venivano strapazzate da correnti fredde provenienti dal Tirreno, dopo aver scavalcato i Peloritani, e costrette a liberarsi del carico, violentemente e nel più breve tempo possibile. Semplice, il fenomeno nella sua evoluzione, ma a chi sarebbe toccata la mazzata più forte? Fra i bagliori dei lampi il Torrente Mili non sembrava grosso da far paura; anche dalla valle di Galati non si era a livelli preoccupanti. Avanzando, unico elemento fluido oltre l’acqua, fra il serpentone di auto immobile sulla S.S. 114, ho incontrato Lavinia, tramite la quale ho fatto sapere ai miei, dal suo telefono più efficiente del mio, che prima di mezzanotte sarei arrivato a casa a piedi. Più tranquillizzato di prima affronto i getti, le pozzanghere ed il fango con maggiore agilità; riesco a ragionare lucidamente sulla necessità dell’acqua di chiudere un ciclo tornando al mare, ma mi preoccupa la difficoltà che incontra a superare ostacoli, case, cunicoli intasati e tutto ciò che gli impedisce di essere il più innocua possibile. Attraverso il ponte di ferro e la “mia” fiumara, nella valle Santo Stefano, non sembra essere così minacciosa da passare una notte insonne; piove di meno ed in passato ha retto a prove ben più dure. Posso solo immaginare quel che starà succedendo dalla Marina in avanti: allagamenti, frane di costoni già bruciati e senza un albero; pochissimi canali di scorrimento per una superficie piena di abitazioni nuove e non ancora collaudate da una simile alluvione, acqua che cerca disperatamente di rispettare le rigide leggi della meccanica dei fluidi. Passando con il treno la vista del mare è impedita da una “muraglia cinese” di case e complessi residenziali, come farà tutta quella pioggia a superarla? Si può chiudere un occhio se non vedi il mare, ma l’acqua, con la sua impellente necessità, voglia matta, di miscelarsi, di purificarsi con sale marino, non sente ragione. Ci andrà comunque e non chiederà il permesso a nessuno; risalendo controcorrente la strada, anch’essa divenuta torrente, che mi porta in paese mi auguro che il prezzo che farà pagare sia modesto da farci una risata ad acqua passata… Adesso che sappiamo che non c’è stato niente da ridere, non possiamo prendercela con la natura violenta, assassina, che se ne frega delle nostre modeste aspirazioni, piccoli piaceri della vita, che vanno a cozzare con i bisogni e le necessità di un pianeta che vive. Il nostro uso ed abuso del territorio è definito su un qualsiasi vocabolario, come meglio non si poteva, da “Antropizzazione: Complesso degli interventi che l'uomo compie sull'ambiente naturale al fine di adattarlo ai propri bisogni.” Questi bisogni seguono una scala di valori che vanno dalla civetteria di scendere in spiaggia saltando dalla finestra o dall’avere, massima, civile e sacrosanta aspirazione, una casa nel paese natio. Per i primi è facile essere assecondati da organizzazioni che offrono un angolo di paradiso nei “residence” dai nomi più esotici; per i secondi bisogna districarsi fra una complicata legislazione che detta regole da applicare sia per un immobile nel centro cittadino che per quello ereditato nel villaggio di appartenenza. Per quest’ultimo caso, oltre ad una legislazione legale, anche se difettosa, si può ricorrere ad una legislazione con notevoli varianti e di una elasticità che sconfina nell’anarchia… Il piatto è servito e la “natura” non ci sta; ce lo manda a dire sempre ma le diamo ascolto solo quando fa la voce grossa… A casa sono arrivato a mezzanotte, con tre ore di ritardo; sono contento di essermela districata bene, sotto una minacciosa alluvione, giungendo in tempo “per non fare stare in pensiero chi ti aspetta con ansia” come faceva e diceva mio nonno. Il mio fiume non è mostruoso come altre volte e tranquillizzo i miei perché per noi la paura è passata; impartisco istruzioni su come comportarsi quando anche la Fiumara Santo Stefano darà segni di maggiore squilibrio o di pazzia. Profondamente triste per chi non ha potuto difendersi dalla furia delle acque, a Giampilieri, nella valle accanto o a Scaletta, mi rendo conto, anche se lo sapevo già, che non basta affrontare la tempesta orientando l’ombrello contro vento per uscirne vittoriosi. Non è stata la mia prima, e probabilmente non sarà l’ultima, prova di carattere, misurandomi con eventi naturali. Elencarli tutti sarebbe lungo ed inopportuno, va solo sottolineato che servono da esperienza, almeno per chi riesce a sopravvivere… E non sempre è possibile; a chi non ci è riuscito vada il nostro commosso ricordo. (Ullo Paolo) |
Link
wwfjonicoetneo@yahoo.it
|
|
|
|
||
|
La sede sarà
presenziata nei giorni di martedì e venerdì dalle ore 10.00 alle ore
11.00 |
||