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Una giornata a Vendicari

foto di Luciano VastaL’Oasi di Vendicari per noi etnei  del WWF significa anche un luogo distante circa 100 km e perciò bisogna alzarsi presto la mattina, raggrupparsi con gli amici, viaggiare in auto per una buona ora e incontrare il mare che lambisce Eloro  dove  s’ insinua nel dolce golfo, o meglio in una costa dolcemente sinuosa ed è lo stesso mare che laggiù tocca Capo Passero, la punta estrema della Sicilia, quella che guarda a oriente, alla Grecia delle nostre origini e della mostra civiltà.  

Con gli amici fidati, in affettuosa compagnia, con coloro i quali ti intendi senza fatica e con i quali puoi parlare di tutto -  a me piace la letteratura e questa volta l’inafabeto (sic) Vincenzo Rabito con la sua formidabile storia naif  “Terra matta”  ha monopolizzato la discussione in auto  -   siamo arrivati sereni e in pace con noi stessi.

All’inizio del percorso (questa volta l’oasi è stata abbordata da sud, in località S. Lorenzo)  c’è un tratto costiero roccioso,  però misto a piccole spiagge e il mare fa sentire forte la sua voce, ma oggi ha un suono suadente perché c’è calma sull’acqua, appena increspata in superficie e l’aria è dolce, il cielo è sereno, l’atmosfera è incantata. ( Da lì, quanti sguardi amorosi ho rivolto a Noto,  guardando a nord, verso l’irripetibile città, l’incomparabile  “ Giardino di pietra ”… ).

Un gruppetto di noi, assidui frequentatori, inevitabilmente si ricorda dell’escursione effettuata il gennaio precedente, quando una giornata tempestosa ci ha imposto una visita brevissima, regalandoci però unfoto di Franco Garozzo incontro ravvicinato del terzo tipo (ornitologico) con i fenicotteri rosa, che pascolando sopravento non ci hanno visti subito e così li  abbiamo potuti osservare meravigliati. Oh, come eravamo meravigliati a scrutarli così da vicino, mentre la grandine  mista a pioggia ci sferzava il volto e i brividi che si percepivano non erano causati dalla temperatura ma dall’emozione.

foto di Grazia ContarinoOggi, invece, l’aria è così tenera da  trasmettere una sensazione di dolce abbandono, sicché all’inizio la passeggiata sul sentiero asciutto ha un sapore quasi archeologico :  Salvo ci illustra le proprietà di alcune piccole orchidee selvatiche  e poi incontriamo i resti di una antica chiesetta bizantina del VI sec. d.C. la Trigona, una interessante necropoli bizantina e soltanto dopo un bel po’ di tempo ci avviciniamo al mare sulle dune impalpabili, prevalentemente coperte dal ginepro coccolone che non vuole cedere il passo al lentisco e alle palme nane, al mirto e soprattutto al timo. Quando ho trovato un rametto di timo, scheletrico, una parvenza da  fossile, liscio nella sua nudità come se fosse marmorizzato, non ho resistito e l’ho portato amorevolmente in braccio tutto il giorno, nella speranza di portarlo con me, a casa, per guardarlo e fantasticare.

Si avvicina mezzogiorno e anche a occhio nudo si possono osservare tanti cormorani, ma ecco che ogni tanto qualche fenicottero  scende verso sud come per esplorare il perimetro del pantano più meridionale; soltanto in lontananza si intravedono tanti gruppi  di suoi compagni e compagne appollaiati o al pascolo. Facciamo una breve passeggiata lungo la spiaggia  in luoghi adiacenti  zone recintate  tartarughine caretta  caretta di nidificare e ci imbattiamo in innumerevoli palline arrotondate grandi come palle da tennis o giùfoto di Luciano Vasta di lì, nient’altro che il risultato del moto ondoso che per milioni di volte appallottola i rametti di posidonia.

 Sulla sabbia finissima si leggono facilmente alcune impronte : prima di noi è passata la volpe, è Giuseppe che me le fa notare, non sarei stato capace di riconoscerle, altrimenti. Poiché il mare è calmo la risacca fa un rumore melodioso, come se fosse un sottofondo musicale , un moto perpetuo, invece è un grande respiro e le nostre orecchie non sono educate ad ascoltarlo, neppure in un giorno così tranquillo: bisognerebbe fermarsi e sedere per ascoltarne la voce, mentre qualcuno di noi, magari,  fosse in grado di cantare  la sua antichità …

foto di Luciano VastaNei pressi di un capanno per l’osservazione prospiciente il pantano Roveto e il pantano grande, con presenze di garzette, piovanelli, moriglioni, volpoche, folaghe, facciamo la sosta per lo spuntino  di mezzogiorno e ogni tanto qualche fenicottero ci viene ad osservare, guardingo, pronto ad allontanarsi  appena facciamo un gesto indistinto. Costeggiando l’arenile, incontriamo le tamerici ma non sento alcun richiamo poetico , “ oggi non piove sulle tamerici salmastre “  invece mi frulla in testa La mer , il brano debussiano con i suoi suoni incantevoli , il flauto che sento dentro di me è ideale per evocare  “ il dialogo del vento e del mare ”  nel sole del primo pomeriggio.

Lungo il sentiero incontriamo il punto in cui il pantano incontra il mare, non per osmosi ma per contatto amoroso, in superficie, attraverso la nuda spiaggia : ecco perché i pantanifoto di Franco Garozzo hanno una composizione moderatamente salmastra. Subito dopo arriva il momento culminante della giornata: l’avvicinamento al gruppo più numeroso di fenicotteri, ma non siamo molto disciplinati e non assumiamo come dovremmo una formazione compatta, acquattata, circospetta (è una giustificazione il fatto che siamo un gruppo numeroso? ), per cui prima di giungere al capanno d’osservazione, provochiamo l’allarme anzitempo, gli uccelli a noi più vicini, come se fossero i guardiani  del gruppo, si agitano  e avviano il volo… non ci resta che ammirarli in volo mentre si allontanano liberi come il vento, magnifici, per planare sull’acqua, lontano, sempre più lontano da noi …

Com’era prevedibile nel primo pomeriggio le nuvole si fanno vedere e spesso nascondono il cielo ma alcune anatre percorrono una loro esclusiva direzione verso nord e tanti  cormorani fanno avanti e indietro senza curarsi di noi, poi qualche gheppio si permette di avvicinarsi a  noi “ disturbatori” a una distanza di circa 50 metri e , noncurante, osserva il suolo col tipico movimento detto “ spirito santo” .

foto di Luciano VastaVisitiamo l’antica tonnara  ora restaurata e ammiriamo la vicina torre sveva, da questa posizione la piccola isola di Vendicari ha il profilo di un sommergibile con la torretta al centro, in posizione perfettamente simmetrica. Proseguiamo il sentiero, è già pomeriggio inoltrato, per visitare il pantano piccolo e lungo la stradina incontriamo il nostro amico Roberto che in compagnia di suoi amici fotografa da grande dilettante, quasi  da professionista, le meraviglie della giornata. Quando arriviamo al pantano  il punto di osservazione ci consente con l’aiuto del binocolo di ammirare  appollaiato su dei  cespugli un  magnifico falco di palude, che sornione, si sposta di qualche metro quando è  importunato da una gazza.foto di Luciano Vasta

Sulla stradina di ritorno per avvicinarci all’uscita dell’oasi, assistiamo alle manovre dei cormorani per cercare il riparo e appollaiarsi per la notte e lo fanno rumorosamente su un gruppo di eucalipti, tra i pochi alberi d’alto fusto presenti nell’area.

Così possiamo assistere a un richiamo, piuttosto un verso beffardo molto simile a una risata umana trasmessa da un altoparlante, non saprei dire altrimenti. Suscita il riso ma loro non si curano della nostra presenza. C’è grande animazione nell’aria, tutti corrono a cercarsi il posto per la notte. Siamo intorno alle cinque della sera, il sole si è coricato da un pezzo, si avvicina il crepuscolo ma non ci sono ancora ombre serali. Dal capanno che sta vicino all’entrata dell’oasi  possiamo ancora osservare le ultime manovre pescatrici di alcuni aironi cinerini e altri fenicotteri che non sono rosa per niente, evidentemente sono giovani e forse loro lo sanno ma noi  umani restiamo nell’incertezza … come possiamo capire questi uccelli se non sappiamo neanche noi, talvolta,  chi siamo e cosa stiamo facendo… incapaci di recuperare il nostro tempo perduto, con i nostri sensi abitualmente spenti, drammaticamente inadeguati a dilatare lo sguardo interiore, a scoprire i segreti e a rispettare le leggi della natura…  ( Egidio M.)

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