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Valle del Tellesimo

(Ragusa)

19 settembre 2010

Con l’escursione della Valle del Tellesimo abbiamo potuto dare, dopo Cava Misericordia e la “ via della pece”,  un ulteriore sguardo al complesso dei monti Iblei, quei monti caratterizzati da innumerevoli muretti a secco che delimitano i vari fondi agricoli e che ancora oggi costituiscono un attraente reticolo, quasi un merletto a disegni geometrici con la particolarità della irregolarità delle linee.

Gli Iblei hanno, fra l’altro, l’andamento di un movimentato altipiano e si prestano a un’agricoltura, in un passato non lontano ai limiti della sussistenza, dove prevale l’ulivo e il carrubo (Ceratonia siliqua).

Ma agli occhi di noi escursionisti appare piuttosto come un territorio magico nel quale improvvisamente si aprono le cave, si direbbe quasi dei canyons, oppure delle ferite aperte, nel cui fondo quasi sempre scorrono fiumi o torrenti.

E la Valle del Tellesimo non smentisce questa impressione, anzi la conferma e caratterizza. Anche questa volta abbiamo avuto qualche difficoltà ad incontrare la nostra guida Iolanda Galletti del CIRS, (ha contribuito la scarsa segnaletica stradale siciliana, lo scadente senso dell’orientamento dell’organizzatore alla testa del gruppo, la diffidenza nel navigatore tecnologico) perdendo tempo prezioso, ma la pazienza e la calma innata di Iolanda ha compensato il nostro nervosismo e dopo averla incontrata tutto è filato liscio per l’intera giornata, riuscendo a contagiarci con la sua verve e il suo fluviale eloquio.

Ma devo raccontare necessariamente la prima emozione che ho provato nel momento in cui abbiamo attraversato, tangente alla città, quello che per alcuni anni fu il più alto ponte stradale d’Europa, allorchè, pur guidando, ho dato uno sguardo alla città a guisa di  “una melagrana spaccata”, la bellissima, affascinante Modica, morbida e sensuale come una bella donna del cinema.

Dopo pochi chilometri, addentrandoci sull’altipiano ibleo, raggiungiamo la zona che contiene l’accessibilità alla cava del Tellesimo, nei pressi del punto in cui affiorano, invisibili, alcune  sorgenti del fiume e da dove si gode una spettacolare visione panoramica del tratto iniziale della vallata.

Dico subito che ho avvertito una difficoltà straordinaria ad ambientarmi all’inizio del percorso, niente meno è accaduto che la mia Musa si è infortunata e non ha potuto farmi compagnia, neanche in ispirito. E’ dovuta  restare a casa.  Sicché mi sono ritrovato solo e anche sperduto e ho capito che partecipavo all’escursione in quanto obbligato dal dovere che scaturiva dall’essere nominalmente l’organizzatore-responsabile.

Dunque la testa era sempre rivolta a Lei, fisicamente assente e spiritualmente imprendibile, alla sua sofferenza, alla sua solitudine, alla sua impotenza.

All’inizio del percorso c’è una comoda strada sterrata che scende nella valle, ma prima Iolanda ci fa intraprendere un sentiero per visitare lì vicino una costruzione simile a un dolmen (monumento funerario), in parte vandalizzata, che ha un fascino particolare e poi ha la funzione di farci apprezzare la natura delle rocce che ci circondano, agglomerati sabbiosi misti a organismi viventi, in parte fossilizzati, in un luogo in cui tanto tempo fa a questo livello arrivava l’acqua del mare.

Non manca molto a mezzogiorno e il sole splende maestoso e caldo, in cielo qualche nuvoletta interrompe la monotonia cromatica della volta celeste, tutto è ben disposto per lasciare l’altipiano e scendere dentro il fondovalle attraversando la selva verde e rigogliosa, prevalentemente costituita da macchia bassa e macchia alta, prima di arrivare alla zona chiamata ripisilva.   

Mentre scendiamo lungo la strada sterrata incontriamo una ricchissima vegetazione e Iolanda si sofferma ad indicare tutte le specie botaniche che sono alla nostra portata; fra tutte ci sono anche tanti alberi di carrubi, carichi di baccelli di carrube (detti anche lomenti), pronte per essere raccolte e mangiate, come un frutto qualunque, giacché sono mature al punto giusto, con la polpa dura e densa ma morbida. Appartiene, ahimè, alla schiera dei “frutti dimenticati”.

Raccolgo una carruba e portandola distrattamente in bocca vengo assalito da una malinconia indicibile, non mi sento di godere neppure di questi piccoli piaceri, in assenza di Lei, della mia Musa, che so immobile a letto, altrettanto triste.

E dunque, mi chiedo, come farò a raccontare la cronaca dell’escursione se non la sto vivendo umanamente? I miei dieci lettori mi perdoneranno questo scarso coraggio e questo sottile pessimismo?

Per la prima volta mi sento costretto a prendere appunti. Sono sicuro che i ricordi diventeranno evanescenti, in quanto non sono vissuti con la giusta emozione. E una vocina mi dice: perché non te ne rimanevi a casa, inguaribile piagnucolone?

Quando ci avviciniamo a una vecchia sorgente carsica captata e incanalata in una conduttura che porta l’acqua più in basso, ai margini della quale è stata scavata nella roccia una grande vasca che all’occorrenza serve come serbatoio contro eventuali incendi, siamo già dentro  la Cava dei Servi di Dio e dopo pochi passi arriviamo a livello delle acque del torrente, non prima di aver osservato numerose concrezioni di travertino, sulle pareti del versante destro, quasi totalmente ricoperti da una fitta vegetazione erbacea : muschi, felci, capelvenere (Adiantum capillus-veneris), lino d’acqua (Samolus valerandi) in un punto dove insistono alcune risorgenze di acque sotterranee che alimentano l’iniziale ruscellamento.

Iolanda ci fa avvicinare quindi con cautela all’Urvu Campana, in questo momento di siccità piccolo  e poco profondo, ma ricco di esseri viventi acquatici che denotano la buona salute delle acque. Tra i più appariscenti ci sono gli Eterotteri acquatici  Gerris che sembrano camminare sull’acqua con le lunghe zampe e intorno, incessantemente in girotondo, i Gyirinidi. Viene sollevato qualche sasso dal fondo del torrente e Iolanda ci mostra numerosi animaletti acquatici, macroinvertebrati erbivori, predatori, detritivori, filtratori e poi ci sono le larve di insetti che costituiscono il pasto principale della trota macrostigma. Naturalmente ci sono i granchi d’acqua dolce, i crostacei acquatici, i coleotteri acquatici, ma noi vediamo (cioè, Iolanda individua) solo una piccola rana verde (la raganella: Hyla arborea) perfettamente mimetizzata sopra un sasso coperto di muschi.

Due libellule nere (Calopterix) danzano leggere e incuranti della nostra presenza.

Tra le piantine idrofile, numerosissime, notiamo le lenticchie d’acqua appartenenti al genere Lemna, galleggianti sulla superficie e tra quelle igrofile quella più cespugliosa, verdissima, quasi una bellissima prateria, l’equiseto o coda di cavallo (Equisetum maximum). Nel sottobosco si ritrova una fitta vegetazione arbustiva costituita da liane e rampicanti tra cui domina il rovo (Rubus ulmifolius) il tamaro (Tamus communis), la salsapariglia (Smilax aspera), la robbia selvatica (Rubia peregrina), eccetera.

Attorno al corso d’acqua, dove il suolo diventa più stabile la vegetazione diventa più complessa e stratificata fino a formare boscaglie arbustive ed arboree. Tutto questo ambiente ha un nome dolce e affascinante: ripisilva. Tra le specie arboree domina il platano orientale (Platanus orientalis) sicuramente l’essenza arborea più caratteristica della valle, purtroppo sofferente di una malattia che colpisce il platano in modo specifico, oltre ad essere aggredito in un abbraccio soffocante dall’edera (Hedera helix), per cui notiamo tanti platani già caduti.  Spesso si rinvengono esemplari di salici associati al pioppo nero e al frassino meridionale, formando a loro volta delle vere e proprie boscaglie.

Nel sottobosco ripario sono visibili il sambuco nero, le tamerici, l’oleandro, il garofanino d’acqua, la canapa acquatica, la cannuccia da palude, il coltellaccio maggiore, il crescione d’acqua, il sedano d’acqua, eccetera.

Nei tratti ombreggiati più o meno umidi, si possono osservare praterie d’acanto, in questo periodo piccole e poco numerose, specie nota perché le sue inconfondibili foglie, fin dall’antichità, sono state oggetto d’ispirazione per gli ornamenti del capitello corinzio.

Come vorrei stare in compagnia della mia Musa, accarezzarle la mano, guardarla negli occhi, invece, rovi spietati ti stringono da vicino, ti strappano la maglietta, ti lacerano l’anima se pensi a chi soffre e lotta strenuamente e non è conforto masticare il baccello del carrubo, poiché la polpa dolciastra e aromatica si trasforma in amara solitudine.

Ora lasciamo il corso del fiume e percorriamo una radura in leggera salita dove un accenno di sentiero ci porta al villaggio rupestre di Cozzo Lino. Qui una grossa frana ha completamente alterato le testimonianze archeologiche. Tuttavia rimaniamo sbalorditi davanti a questa alta parete a strati sovrapposti, per certi versi simile a una gigantesca falesia.

Gli studi effettuati hanno potuto appurare la complessità e la natura composita del sito, come racconta il geologo Rosario Ruggieri nel suo volume  “La Valle del Tellesimo” ,   “… dopo vari interventi di risistemazione di tutta la zona per la fruizione,  tali escavazioni non sono tombe ma grandi ambienti adibiti ad abitazioni di età verosimilmente medievale. Il complesso abitativo sembrerebbe dislocato almeno su quattro piani, forse un tempo intercomunicanti, come dimostra l’esistenza di una scaletta interna ricavata nella roccia in un’apertura a pozzo che metteva in comunicazione il primo piano con il piano superiore. In quest’ultimo, il più risparmiato dai crolli, l’accesso ai vani rettangolari è costituito da un corridoio esterno che si affaccia direttamente sulla cava e che si sviluppa per quasi tutta la sua estensione. Gli ultimi vani verso Est, privi di corridoio e che si aprono direttamente sulla vallata, sono accessibili attraverso aperture rettangolari praticate nelle pareti interne laterali ”.

Ma trovo difficoltà a descrivere la forte emozione che dà un simile luogo. Ho voluto a tutti i costi  -  come tanti altri compagni - salire per la difficile scaletta scavata nella roccia e percorrere il corridoio a strapiombo. Sembra di entrare dentro un libro di storia medievale e non si possono ascoltare le voci degli abitanti del tempo perché ora siamo abituati a correre, ad alzare la voce e a chiudere i nostri sensi. Il luogo ha, comunque, un fascino peculiare, a prescindere dalla difficoltà d’accesso e dal pericolo di crolli. Le foto che pure abbiamo fatto con dovizia di particolari, non possono rendere giustizia al sito e dunque è un luogo che bisogna visitare personalmente, oggettivamente facile da raggiungere per guardarlo da vicino, nel caso non si voglia entrare  in contatto fisico.      

Poiché l’orario lo consente decidiamo di visitare, prima della pausa del pranzo, un altro luogo vicino, a mezzora di cammino, quindi riprendiamo il sentiero di ritorno e ci spostiamo lungo la strada sterrata dell’inizio in direzione sud, tra una vegetazione lussureggiante e panorami sulla valle estremamente suggestivi, compreso quello che fa vedere da lontano le cavità poco prima visitate di Cozzo Lino: una visione spettacolare e nello stesso tempo a dimensione ridotta, immaginifica, fantastica, irreale, illusoria, perché la distanza falsa le dimensioni, quelle cavità che abbiamo visto da vicino a misura d’uomo, sembrano ora piccole aperture simili a normali  tombe a grotticella artificiale dell’Età del Bronzo.

Quando lasciamo la stradina e scendiamo in un sentiero a zig-zag (l’antica scala vacca) sul letto del fiume è già tardi e siamo tutti affamati, ma non poteva esserci posto più incantevole per consumare il nostro spuntino, attorno a una cascatella che dà luogo a un laghetto allungato, che naturalmente qui si chiama urvu : siamo attorno alle rive dell’Urvu Scalavacca e senza farlo apposta ci sediamo sulle due rive e così chiacchieriamo di fronte, come se fossimo in un salotto acquatico. Qualcuno, addirittura, si toglie le scarpe e si rinfresca i piedini, mentre mangia.

Iolanda ci racconta che questo era il luogo in cui un tempo le lavandaie (professioniste e non) venivano a lavare i panni di tutte le dimensioni e infatti lungo le rive rocciose sembra di intravedere rocce e luoghi adatti alla lavatura.

Ora è il momento dell’osservazione degli amanti della natura e le acque limpide e fredde sono il luogo ideale per la sopravvivenza della trota macrostigma, miracolosamente salvatasi da altre immissioni artificiali di trote non autoctone, soltanto in questo fiume. Una piccola trota, quelle grandi sono molto più elusive, sta ferma nei pressi di un grosso masso e fa vedere la sua livrea non ancora caratterizzata, però, dalle tipiche macchie rotonde, nere o arancio.

Guardando la piccola trota come posso evitare di pensare a quella pagina di  musica che narra la storia della trota   (Die  Forelle)  del mio Schubert ? 

Il famoso lied, semplice, orecchiabile, allegro e triste nello stesso tempo (ancor più famoso c’è l’omonimo quintetto) recita così:  In un limpido ruscelletto / in gioiosa fretta / la trota capricciosa / guizzava come una freccia. / Stavo sulla riva / in santa pace a contemplare / il bagno del brioso pesciolino / nel chiaro ruscelletto / …  ma è la musica, il motivo tenero e melodioso, ritmato e onomatopeico, che ti cattura l’anima, al di là delle parole che narrano soltanto una storiella…

Intanto viene chiarito anche il nome di Marmitte dei Giganti : in fondo si tratta di vasconi di forma più o meno circolare (successivamente chiamati urva) che originano al di sotto di una cascata per graduale ampliamento dell’alveo ad opera dell’erosione meccanica dei massi trasportati dal torrente.

Siamo ancora tutti seduti ad ascoltare  “incantati”  i racconti di Iolanda: insieme a Rosario, suo marito, e agli amici speleologi, quando fanno torrentismo, provano a percorrere anche l’intera valle del Tellesimo che è lunga diciannove chilometri. Per percorrerla interamente servono quasi due giorni e un pernottamento, durante il quale è difficile riposare anche se provvisti di amaca e attrezzatura adeguata, a causa dell’alta umidità e soprattutto per il gran rumore notturno che fanno gli uccelli che vivono e cacciano di notte, in un luogo evidentemente selvatico, e capita che si può sentire di tutto. La notte dell’escursione, poco prima dell’alba, tutti loro hanno sentito un fortissimo calpestio senza poter stabilire quale animale notturno lo provocasse, dato che non è presente il cinghiale e nemmeno i maiali selvatici.

Ora, come da programma ritorniamo alle auto e ci spostiamo verso sud-est  per pochi chilometri, necessari  per visitare un altro tratto della valle, dove c’è la lecceta selvatica, in una piccola cava affluente del Tellesimo.

Sotto un sole siciliano non più abbagliante, ma  tenero e caldo, che rende morbido tutto il panorama e tutta la natura, tra profumi misti di erbe e arbusti del luogo, come la ruta, intraprendiamo un sentiero che lentamente scende nel fondo valle e tra roveti e grossi cespugli di ampelodesma, le cui foglie venivano utilizzate per costruire le corde di “liama” (o liammi dalle nostre parti), dobbiamo spingere con le braccia tutto ciò che ostacola il cammino finché incontriamo la lecceta intricata e selvatica, dove in primavera si possono osservare splendide fioriture di cisto, di caprifoglio e di coronille.

Lungo il percorso a mezza costa in prossimità della confluenza con il Tellesimo un sentiero conduce a un ampio riparo sottoroccia, con un rudere di costruzione addossata alla parete e anelli scavati nella roccia, utilizzati anticamente come ricovero e mangiatoia per gli animali. Sulle pareti scavate dall’erosione si possono notare impronte fossilizzate di organismi marini a forma di rametti, mentre sul versante opposto depositi di calcite ricoprono con forme varie gli strati.

Il sentiero prosegue a sinistra in discesa e conduce al fondovalle, lungo il fiume. Qui dobbiamo tirar fuori una forbice (Iolanda) e una lama a seghetto (chi scrive) - entrambi buoni per la potatura -  allo scopo di sfoltire o aprire in qualche modo una via percorribile, giacché il sentiero è ricoperto da aggrovigliata vegetazione, evidentemente molto sviluppata in relazione a questa ultima piovosa primavera.

Ma dobbiamo desistere dal proseguire, poiché in un punto non lontano dalla nostra meta - dove, dice Iolanda, una suggestiva cascatella alimenta due caratteristiche Marmitte dei Giganti -  ci sono alcuni platani abbattuti che impediscono il passaggio, per cui necessiterebbe una motosega…  Sia pure a malincuore dobbiamo tornare sui nostri passi e risalire al punto di partenza, ma per tornare alle auto percorriamo un più agevole sentiero sulla sponda sinistra della cavetta, dove Giusy trova e raccoglie un bel mazzetto di ciclamini, il suo colore preferito.

Salutiamo allegramente Iolanda nel momento successivo al tramonto del sole e non è ancora iniziato il crepuscolo quando decidiamo di tornare a casa senza ripassare da Modica. Proseguiremo in direzione di Noto -  distante circa trenta chilometri -  attraverso una strada provinciale interna e solitaria, percorrendola sull’imbrunire sotto un cielo misterioso, concludendo una giornata estremamente interessante per chi ha un’anima verde e naturalistica.

(Egidio Mangano)    ( eglidios@gmail.com )

 

 

 

 

 

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