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La via della pece ? Ha un nome : Streppenosa e Castelluccio. Alla vigilia dell’11 aprile 2010 il tempo era incerto. Erano previste leggere piogge e cielo variabile. Quando ho aperto le fessure degli occhi con la sveglia che ho trovato dentro la mia testa, ho aperto uno spiraglio della finestra che dà sul mare ed ho sentito il merlo che stava già cantando facendo compagnia al mattiniero scricciolo e in cielo c’era soltanto un chiarore perlaceo e incerto, con una linea d’orizzonte sottilissima bordata d’arancione: ah bene, mi dico, s’annuncia una buona giornata. Mentre mi rado in silenzio, tutti dormono, non canticchio né fischietto ma ascolto le voci dei compagni del merlo che si fanno sempre più numerose. Dopo un quarto d’ora sale silenzioso il crepuscolo e guardo verso la montagna che è un incanto, il paesaggio del gigante, del mondo conosciuto e sconosciuto. Assumo la certezza di un cielo pulito: sono sicuro che sarà una bellissima giornata. Non si potrebbe andare in quel di Ragusa a 150 chilometri di distanza senza la premessa del bel tempo. Nel posto del raduno con gli amici del WWF jonico etneo, sono ormai le sette, ricevo i complimenti per la splendida giornata ma modestamente ricuso perché non ho telefonato a nessuno per chiedere la clemenza del tempo. Iolanda, la nostra guida del luogo, mi manda un messaggio … splendida giornata, rispondo che sono felice per la splendida giornata. Partiamo con un leggero ritardo ma lungo la strada recuperiamo agevolmente perdendo di nuovo del tempo prezioso dentro la città di Ragusa perché ancora sprovvisto di tecnologia satellitare ( quanto stupido ritegno ho ancora nell’accostarmi alla tecnologia in auto, mi pare di tradire quel residuo spirito d’avventura) non riesco a trovare il luogo dell’appuntamento e sono costretto due volte a telefonare a Iolanda per dirle che non trovo il luogo concordato. Lei, enormemente più efficiente (con lei andrei in capo al mondo) ci raggiunge in un baleno e in compagnia di suo marito Saro ci conduce fuori della città in direzione di Modica facendoci passare davanti al bivio che porta a Ibla, che riposa sulla sua collina con le sue case e il suo profilo unico, sempre più simile a una cornucopia dorata e straripante… Dopo cinque minuti d’auto imbocchiamo via dei Ceci e percorsi pochi chilometri ci troviamo in una stradina di campagna nel bel mezzo dell’altipiano Ibleo dove pascolano le mucche disperse sui prati delimitati dai muretti a secco di pietra bianca che a noi etnei sembrano merletti della nonna. Parcheggiamo alla buona in uno slargo tra i campi, e subito vediamo che a 200 metri c’è una piccola collina pietrosa; si intuisce facilmente che si tratta del materiale di scarto estratto dalla miniera. Sul posto troviamo altri cinque giovani collaboratori di Iolanda e Saro, che ci aiuteranno generosamente nel percorso in miniera. E già, stamane entreremo in miniera scimmiottando i vecchi minatori ma continueremo a fare i turisti sia pure curiosi e muniti di caschi da minatore. Siamo su un piccolo altipiano dove lo sguardo può spaziare a 360 gradi, un paesaggio formato dalle colline a sud di Ragusa sul versante sinistro del fiume Irminio, nel territorio di Modica e Scicli, cioè in contrada Streppenosa e Castelluccio. Godiamo di una giornata assolata dove spira una brezza marina fresca e costante, laggiù s’intravede il mare dove sfocia il fiume e girando lo sguardo si ha la visione della struttura estrattifera delle miniere vicine alla città di Ragusa. Al di là del ponte stradale ( per alcuni anni fu il più alto d’Europa), che attraversa la cava dell’Irminio, sulla linea dell’orizzonte orientale s’intravedono alcune case di Modica e dunque come non ricordare la bellissima descrizione bufaliniana : “ un paese a figura di melograna spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro …” Abbiano con noi una famiglia con tre bambini : 7 – 5 e 3 anni, tiro a indovinare ; fanno una tenerezza… è la prima volta che mi trovo in escursione con bambini così piccoli. Quando arriviamo davanti alla collinetta di pietre Saro ci fa disporre a semicerchio e ci dice che deve necessariamente intrattenerci pochi minuti per descrivere il luogo. Rosario Ruggieri è l’anima del Cirs (Centro ibleo ricerca speleo-idrogeologica) e nel suo campo è un’autorità. Lotta fieramente contro la miopia dei politici locali che non sono mai all’altezza della situazione ragusana, né per proteggere e salvaguardare il patrimonio geo-morfologico, né per valorizzare lo stesso con opportuni iniziative e interventi mirati. Ma egli, geologo, è soprattutto uno studioso appassionato del suo territorio, compreso il sottosuolo e quindi quando comincia la sua introduzione tecnico-scientifica l’interesse ad ascoltarlo è così alto che il silenzio diventa quasi irreale. ( Fa una certa impressione, fra l’altro, riflettere sul fatto che la nostra Sicilia fa parte , geologicamente, del continente africano). Mi accadrà di ascoltarlo con attenzione ma con un solo orecchio, perché l’altro è occupato a inseguire la voce che mi parla dentro suscitandomi un miraggio di ricordi. Son cresciuto negli anni cinquanta insieme alle strade che andavano pavimentandosi con le mattonelle d’asfalto provenienti da Ragusa. In bicicletta era uno spasso correrci sopra perché aumentava la velocità e si potevano far stridere le ruote. Giochi da ragazzi fin quando non arrivarono i primi innamoramenti con le ragazze brune che s’affacciavano curiose dai davanzali e dai balconi, o passeggiavano indifferenti sull’asfalto nuovo. Mi par di sentire l’odore della pece fumante posata di fresco, odorosamente penetrante, quasi irritante eppure voluttuosa… in associazione alla bruciante giovinezza, foriera di vagheggiamenti e approcci amorosi. Vicino a me c’è Adele che s’informa con gli accompagnatori sulle condizioni della miniera, ha qualche timore sui passaggi angusti e gli ambienti chiusi ma viene rassicurata e anch’io la incoraggio ( azzardando, non conosco direttamente il luogo): entreremo tutti in galleria, dico, è grande quanto una chiesa… all’uscita, entusiasta, mi abbraccerà per ringraziarmi. Formiamo due gruppi di 18 persone e Adele entrerà in galleria col primo gruppo, quello dove ci sono anche i tre bambini. Io entrerò col secondo turno e mi soffermo a chiacchierare con Iolanda, la quale ha il compito di intrattenerci per circa un’ora. Comincia indicando la sua casa d’abitazione che sta nascosta tra la vegetazione della collina sul versante destro del fiume, all’ombra di un grande carrubo, quindi dirimpetto alla nostra posizione, ma la distanza è cospicua, più di due chilometri, perciò serve il binocolo... Quell’ora scarsa d’attesa la occupiamo prevalentemente chiacchierando sul futuro del territorio ragusano e lo facciamo davanti alla porta d’ingresso della galleria Streppenosa. Ma non ho ancora descritto l’entrata. Un po’ al di sotto del livello dell’altipiano, in senso longitudinale alla parete sinistra del fiume comincia a formarsi un sentiero cespuglioso decidendosi ad entrare nella roccia con esitazione ma quando comincia quest’ultima è tagliata verticalmente dalle mani dell’uomo e le pareti diventano sempre più alte a mano a mano che la ferita si approfondisce. A un certo punto inizia una leggera discesa e le alte pareti laterali lasciano il posto a un grande atrio roccioso, meglio, un grande antro ciclopico, dove è stato sistemato un arco che poggia su due stipiti di pietra bianca lavorata e squadrata: una vera e propria porta larga circa tre metri e alta quattro. Tutto questo ambiente ha un aspetto umbratile, selvaticamente conservato, dove si desume una frequentazione sporadica dell’uomo contemporaneo. All’inizio del camminamento il soffitto è alto e a forma di cuspide, quasi somigliante ad alcuni soffitti delle nostre grotte etnee. (E’ venuto il momento dell’ingresso del secondo gruppo). Presto il terreno diventa umido e quindi bagnato. Percorriamo ora una lunga galleria tortuosa e labirintica - lunghezza complessiva metri 1600 - dove le parti di roccia che sostengono il soffitto vengono chiamati pilastri, ma è roccia viva pregna e gocciolante d’acqua e di catrame. Piccole e grandi striature sulle rocce calcarenitiche ora scure ora chiare prendono il posto o cedono spazio a innumerevoli lacrime di pece nera, liquida o semisolida con andamento gravitazionale verso il terreno. Alcune zone delle pareti sono asciutte, già ossidate, altre sono perennemente bagnate d’acqua e di pece. Da un momento all’altro mi pare di veder sbucare Alberich che incita a gran voce gli schiavi nibelunghi a scavare, scavare, scavare… ( ma questa è una lusinga quasi professionale, la frequentazione assidua del mondo wagneriano mi fa sentire questo ed altro…) Se non fosse per i miei compagni che meravigliati da tanto spettacolo scattano foto a mitraglia e fanno tanto clamore da coprire la voce delle loro grida, dei nibelunghi intendo dire, potrei percepire qualcosa, invece tutto giunge alle orecchie attutito, ovattato, le pareti assorbono le voci come fossero spugne e pur essendo vicina la voce di Saro che indica e spiega, si disperde e scompare, quasi fosse un fantasmino. I nostri sensi terricoli, già ottenebrati in superficie per fatti esistenziali non funzionano affatto a queste profondità, tuttavia non grandi : siamo appena a una ventina di metri sotto il livello di campagna e ce ne rendiamo subito conto quando arriviamo a una apertura squadrata di sei – otto metri per lato che fa vedere un pezzo di cielo azzurro; si tratta del vano adibito a discenderia operaia, a suo tempo munita di rudimentale ascensore, ora un guscio vuoto e triste. Si prosegue nel percorso e lo stillicidio crea sul pavimento concrezioni calcaree d’accumulo semplicemente fantasmagoriche, cascate di merletti e arabeschi dove c’è una minima pendenza, vaschette imperlate dove il terreno è piatto. Non si fa in tempo a guardare uno sperone e subito arriva un artiglio, non fai in tempo d’osservare una stalattite, sia pure minuscola di pece nerissima che subito ti attrae una cresta trasparente come quelle che ci sono sul dorso delle iguane o sul dorso di alcuni pesci marini. Sono frastornato da tutte queste forme cangianti, ad ogni passo un anfratto nuovo, una piega avvoltolata, accartocciata, avviluppata. Non finirei mai di parlarne, di ritornare con la mente in un così profondo scenografico teatro, di specchiarmi in tali estenuanti mirabilie. Quante emozioni provate ora in un luogo pregno di sudore e sangue, in un brodo di coltura di bacilli, in un calvario d’asfissia, in uno stordimento di miasmi sulfurei e catramosi… poveri minatori, i “ picialuri” siciliani. Non finirei, lettori, d’abbandonarmi ai lamenti ancestrali, alle lacrime dolenti, alle sofferenze del fato antico… Siamo richiamati dalla guida, spronati a visitare il pozzo d’areazione: un coacervo di rimasugli, di licheni infestanti, di scorie cancrenose… Poi viene il momento di prendere la strada del ritorno, ripassando dai crocevia screpolati, vicino ai fossi allagati, accanto alle vasche nere e stagnanti. Se tutti insieme spegnessimo le torce salirebbe lo sgomento, invece, infantilmente illusi e quasi euforici ci avviamo all’uscita e girandomi verso gli ultimi che avanzano vedo le luci danzanti sui caschi come lucciole minacciose, come occhi di draghi famelici… Quando usciamo all’aperto mi viene naturale riguardare l’arco di volta della porta d’ingresso e la mia testa birichina, fatalmente tesa alle fantasticherie è come se leggesse … ” Pallide ombre che scorgete / dagli Elisi i mali miei / deh, pietose a me rendete / tutto il ben che già perdei “ ma la musica la sento davvero, la conosco a memoria, una delle cose più dolci che ha scritto il mio Mozart. ( da “ Mitridate re di Ponto” ). Troviamo gli amici del primo turno freschi e riposati, alcuni hanno perfino consumato il panino del pranzo e altri si dedicano a quell’attività rilassante e naturale della raccolta degli asparagi, quelli leggermente amari, chè , in fondo, sono le gemme della piantina del pungitopo. C’è nell’aria un equilibrio raro: un sole che riscalda tiepidamente e una brezza che rinfresca soavemente, una luce morbida che rende il verde delle colline più sfumato, un profumo misto di finocchietto e nipitella che fa sentire l’odore della primavera, i colori del giallo della ginestra morbida, la tenera piantina senza spine, le rocce ricoperte di muschi e licheni, le chiazze erbose con il fascino delle orchidee fucsia, rosa, celeste, bruno violaceo, porpora. Subito dopo il frugale pranzo torniamo nel parcheggio delle auto e ci alleggeriamo degli zainetti perché ora dobbiamo proseguire per un altro tratto della via della pece, cioè lungo quella carrareccia dove un tempo trafficavano i carretti, una stradina in leggera discesa sulla nuda roccia che tenera com’è viene incisa profondamente dalle acque meteoriche. Mi sono attardato, mi succede sempre più spesso, seguo il gruppo a una distanza di circa cento metri e forse per tale motivo lungo la discesa incontrando due cavalli dal mantello baio che pascolano placidamente, me ne viene un sentore nostalgico e… “ il cavallo scalpita, i sonagli squillano …” (sto studiando Cavalleria rusticana e in condizione di full immersion ho una spina nel cuore che mi punge costantemente per cui…) (1) un’ombra fugace attraversa i fili dei cespugli e si materializza immantinente : “ non mi piace quello che stai meditando sul mio personaggio, non è giusto e non puoi permettertelo, non puoi farmi passare per una donna in preda a cieca gelosia e furia omicida… all’inizio avevi capito meglio, avevi capito quanto amassi Turiddu , è tutto lì, in quella parola dal canto lirico : Ah l’amai! ”. Quando i personaggi che incontri ti parlano dentro corri il pericolo di smarrirti e non capire… e dire che ho amato onestamente il personaggio di Santuzza ( ma no, in verità ho amato Fiorenza Cossotto che interpreta il ruolo) ho sempre avuto pietà per lei, io che mal sopporto la severità femminile, le ho perdonato l’estrema gelosia, comprendendone la bruciante passione amorosa. Sto divagando, pardon, non lo faccio più. (1) La sera del 21 Aprile all’Agorà è prevista una mia introduzione a un filmato di Cavalleria Rusticana. La direzione che percorriamo è quella che si affaccia sulla Cavetta della Streppenosa, con presenze di miniere a cielo aperto e in galleria, ma prima, Saro e Iolanda ci conducono lungo un impervio sentiero, nel senso che è coperto da una intricata vegetazione primaverile dove s’incontrano incise alle pareti della Cavetta sculture naturali originate dalle acque piovane quantomeno straordinarie e il contesto rimanda inevitabilmente al film “ L’ultimo dei Mohicani ” (qui la divagazione è d’obbligo). Vi ricordate gli ultimi, eccezionali, dieci minuti di quel film? Fin quando ci saranno cineasti capaci di girare scene come quelle lo spettacolo non solo è assicurato ma si può affermare che il cinema gode ottima salute e non morirà mai. A un certo punto il sentiero s’interrompe contro una roccia tormentata e scavata con le forme più strane e c’è un cunicolo alto circa 60 centimetri che sfocia in un piccolo ambiente, avente la forma di un’alcova naturale o di un grande nido con un affaccio mozzafiato : un’apertura circolare di circa 150 centimetri di diametro che guarda verso la valle con uno strapiombo di un centinaio di metri, ma non è una vista normale su un paesaggio campagnolo, è una finestra su un mondo fantastico, pensate, laggiù sulle rive coltivate c’è un albero di Giuda fiorito che dà strappi al cuore, non è facile resistere a tanta amenità. Guardo di nascosto Iolanda e la vedo che sorride sorniona, lei sapeva di farci vedere un posto incantevole ed è riuscita a farci la sorpresa. Così ora sappiamo che è capace di creare un pizzico di suspense, sfido io, con quello sguardo e con quel sorriso… non poteva essere diversamente. Questo luogo straordinario è il punto massimo di penetrazione escursionistica. Da qui inizia la strada del ritorno. E sulla strada del ritorno ci sono da vedere le miniere a cielo aperto di Castelluccio e Saro fa un lungo giro per individuare il punto d’ingresso, perché qui tutto è selvatico e misterioso, eppure inaspettatamente troviamo un’aia antica, inutilizzata ma leggibile (una volta qui c’era la presenza del grano, ora ci sono soltanto terreni a pascolo, un passo indietro, ahimè, come dappertutto). Entriamo in una miniera abbandonata dove ci dovrebbero stare alcuni carrelli che venivano utilizzati per il trasporto della pietra pece, però non si trovano o non si vedono. Considerata l’esperienza di Saro sulla conoscenza di questi luoghi si dovrebbe concludere che i carrelli siano stati asportati dai ladruncoli di turno. Prima di salutarci ricevo qualche considerazione positiva e piena di soddisfazione per la giornata trascorsa. “ La via della pece “ è stata scoperta e visitata, ora rimane il ricordo e la riflessione. Abbiamo imparato tante cose nuove. Alla prossima occasione ragusana visiteremo da vicino quel che si ricava dalla pietra pece nell’universo artistico. ( Egidio Mangano ). |
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wwfjonicoetneo@yahoo.it
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