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Sorprendente gita ad ORTIGIA
(di Egidio M.)

Attratti a vario titolo dalla luce di Siracusa, affamati di storia e d’arte, desiderosi di arricchire le nostre conoscenze, propensi a trascorrere la domenica con gli amici,  ci siamo ritrovati in gran numero, in 45, a partecipare alla visita di Ortigia e non potevano esserci giornata più luminosa  e variazioni di programma più sorprendenti di quelli che abbiamo vissuto domenica. L’imprevisto fa parte della vita ed è positivo saperlo accettare ed elaborarlo, meglio se si riesce a  metabolizzarlo.

Appena  abbiamo parcheggiato le auto incontriamo le due giovani guide, entrambe “ stagisti “ ,  lei Luana, uno scricciolo di donna con la passione di comunicare con simpatia le sue vaste conoscenze e lui Lucio, l’architetto paziente e competente, quel che ci voleva per una comitiva come la nostra.

Ci hanno accompagnati in piazza Archimede e hanno subito  chiarito che la Siracusa medioevale è quasi scomparsa, perché l’incuria e l’ignoranza, (anche i piemontesi nella seconda metà dell’800 hanno contribuito enormemente a fare  guasti, laddove si deve intendere la voglia irrefrenabile dello sventramento, mezzo idoneo a far scomparire l’assetto medievale per sostituirlo con larghe vie d’aspetto anonimo-umbertino) pretendevano ampie vie sia per la circolazione delle carrozze e delle auto sia  per  il ricambio d’aria.

Soltanto imboccando una stretta viuzza abbiamo potuto ritrovare la “ camera reginale “  o “ consiglio della regina ” ( organo del governo della regina ) e ammirare l’arco gotico-catalano con quella bellissima figura scolpita in bassorilievo  sulla chiave di volta, l’arcangelo Michele. La prosecuzione del percorso ci ha portato immediatamente in piazza Duomo, passando davanti al formidabile palazzo Beneventano.

Non avevo ancora visto il magnifico Duomo illuminato trasversalmente dalla luce del mattino ( sono appena le ore 10,15 ) e soprattutto non lo avevo ancora visto dopo il recente restauro, con la sua pietra non più calda, color del miele, bensì avorio, casta e pura, pulitissima, levigata, pronta per essere accarezzata. Per uno come me che va pazzo per il barocco della Sicilia sud orientale è stato quasi un choc emotivo: l’ho ammirato in silenzio e non riuscivo più a smettere di fotografarlo, fino al punto di allontanarmi dal gruppo e dalla spiegazioni di Luana, stordito e affascinato  dal contrasto che il profilo dei capitelli giocava con l’azzurro pastello del cielo. L’emotività che mi assale a contatto con queste forme, specialmente quando c’è il trionfo delle colonne che fanno a gara tra di loro per manifestarsi, mi ha spinto dentro l’interno della chiesa  e sono entrato in una cassaforte dorata, sapientemente illuminata, ricacciato violentemente e voluttuosamente  indietro nel tempo, al tempo di Athena, con le faci accese e tremolanti nella luce del mattino.

Ma quelle mura normanne innalzate tra le colonne e le finestre anch’esse normanne sui muri perimetrali mi fanno ritrovare il medioevo e fungono da preludio alle colonne barocche della cappella del crocefisso e agli stucchi della cappella di  S. Lucia. Giunto davanti all’urna con le ossa di Lucia accuso un brivido e mi sale dal profondo una preghiera, come faccio qualche volta, quando la paura mi fa temere  la perdita del bene supremo della vista. Uscendo non mi posso trattenere dal fare una carezza alla base della colonna dorica     ( non potendo arrivare al capitello ), là, nei pressi dello stilobate e sulle scanalature, vissute come fossero pietre levigate da mani  umane,  che da sole  rendono l’eleganza della forma.

Il percorso continua verso il mare di ponente e quindi ci avviamo verso il lato corto della piazza ove si erge la bellissima chiesa di S. Lucia alla Badia, che visiteremo al ritorno, quando sarà aperta. Ora dobbiamo percorrere la strada che ci porterà al castello di Maniace, la meta principale della giornata, così costeggiamo il bel portale di palazzo Migliaccio e subito dopo la sempre suggestiva fonte Aretusa.

Quando arriviamo davanti all’ingresso del castello troviamo una sgradita sorpresa : malgrado l’organizzazione avesse ricevuto conferma dell’apertura, ci dobbiamo misurare con gli umori dei custodi che per le loro buone ragioni  sul mancato rispetto delle norme riguardanti il lavoro domenicale, molto spesso nei giorni festivi non vogliono svolgere il loro servizio, chiudono e se ne vanno a casa.

Quindi si scatenano i nostri stati d’animo: malumore, disagio,  delusione, certamente tutti siamo indignati e  nervosi. Ci spostiamo sull’ingresso laterale, dove lo sguardo può spaziare sul mare di levante, oggi particolarmente azzurro, un colore quasi estivo, e ci soffermiamo su una analisi verbale della struttura : le nostre guide tirano fuori i loro disegni, le loro piantine e i libri illustrati per cui molti di noi, dimostrando un certo interesse, ascoltiamo con attenzione.

Passano i minuti e ci allontaniamo per affrontare un percorso alternativo. Quando nei pressi del castello passiamo davanti alla chiesetta del Santo Spirito  siamo colpiti dall’aspetto spiccatamente tardo barocco, tanto che la guida ci conferma che in effetti si tratta di una facciata rococò, tuttavia pregevole e con una stranezza, al centro della facciata al posto generalmente occupato da un rosone o da una statua c’è, chissà perché, l’aquila imperiale vista di fronte.

In quel momento uno di noi fa una telefonata per protestare sulla chiusura del castello.

Ci spostiamo ancora un po’ e giungiamo davanti alla chiesetta di S. Martino, dove si può ammirare un bellissimo portale d’età aragonese (1388). Mentre  Luana ci parla dell’interno della chiesa che conserva una preziosità antica nell’altare principale, arriva un’altra telefonata magica e subito dopo si presenta un giovane alto, robusto e biondo, che ci invita a seguirlo nel suo vicino studio.

Entriamo in un ampio cortile assolato, pavimentato con ghiaia sottile e nella pace più insolita e irreale  che si possa immaginare ci fa entrare in un piccolo locale dove c’è una numerosa tecnologia, monitor, consolle, schermi di varie forme, pannelli luminosi, par quasi di entrare in una sala di regia televisiva.  Ci metteremo alcuni minuti per apprendere con malcelata incredulità che abbiamo la facoltà, a gruppetti di quattro per volta, di guardare un breve film tridimensionale sull’interno del castello, ma bisogna indossare un casco ancora più ingombrante di quelli che usano i centauri e legarsi ad una poltrona che quando è in funzione gira vorticosamente su se stessa.

Quando verrà il mio turno l’eccitazione sarà al massimo dell’espressione: i primi che vedono il filmato scendono dalla poltrona con una espressione che rasenta lo stato di trance. Sarò breve : si entra dentro il castello come se si fosse in groppa a uno scooter alato e si avesse una telecamera sulla fronte.  Ad una velocità di tutta tranquillità si ha la possibilità di avvicinarsi alle enormi colonne che sostengono le volte costolute del grandissimo salone, quel che resta del grandissimo salone, circa la metà perché l’altra metà è scoperta, crollata nel 1704 a seguito dell’immane scoppio di una polveriera colpita da un fulmine.

Quel che resta è ugualmente colossale. Federico II di Svevia  ( Stupor Mundi ) dal 1232 al 1240 aveva fatto costruire  il castello con una sala al primo piano grande quasi duemila metri quadrati, con una copertura sostenuta da volte a crociera sorrette da semicolonne ( 16 nei lati e 4 angolari ) e colonne con 5 campate per lato disposte in duplice ordine attorno a un atrio centrale adibito probabilmente ad impluvio e presa d’aria.

E’ molto probabile che l’ambiente avesse funzioni estetiche e ricreative, sicchè non mancavano due colossali camini che all’occorrenza servivano anche per cucinare e due locali  abbastanza spaziosi adibiti a  servizi igienici, corredati di sculture angolari nel soffitto.

Lo sguardo viene continuamente attirato dai suggestivi capitelli a “ crochet ” cioè ad uncino, con foglie a giglio e  foglie d’acanto traforate e polilobate, arricchite con figure di mostri: serpenti che si attorcigliano, scene agresti, testine, volti di donna, animali, grappoli d’uva, elementi floreali…

Un’avventura virtuale che ci ha in parte ripagato dalla delusione di trovare una porta chiusa in una splendida domenica… e poi, vuoi mettere,  con la magnifica colonna sonora in versione orchestrale che ha accompagnato il film :  da “  Quadri di un’esposizione “ , la grande porta di Kiev, di Modest Mussorgsky.

Sulla strada del ritorno entriamo nella Chiesa di S. Lucia alla Badia, dove dietro l’altare maggiore è esposta la tela del seppellimento di santa Lucia di Caravaggio. Tutti seduti e incantati ad ascoltare Luana che ci parla con competenza del dipinto e del suo fascino ma, forse, non sono necessarie tante parole davanti all’arte del grande pittore, specialmente quando lo si ama. ( Ah, sapeste quanto l’ammiro ! )  

Soprattutto sono stato particolarmente colpito da quella che viene considerata “ la solitudine “ dei personaggi rappresentati. La sensazione tangibile, palpabile, che tutti sono davanti ad un evento straordinario, fuori dal tempo; seppellire  il corpo di  Lucia nella nuda terra… doveva essere un gesto drammatico e doloroso e il pittore lo immagina iconograficamente con i personaggi che vengono                   “ guardati “  dalla luce radente, quella stessa luce caravaggesca che, in fondo, ci fa gustare il dono della vista e ci percuote  l’animo con l’emozione del gesto, del movimento, della postura, della pulsione muscolare e della perfezione anatomica, che ci rapisce  con lo stupore e lo sgomento della morte…

Abbiamo sostato in chiesa  il tempo sufficiente per una comitiva numerosa come la nostra e  ora il nostro Lucio ci racconta la storia poco nota e stranissima  di un tentativo di truffa perpetrato nei confronti delle Suore bernardine del convento annesso alla chiesa avvenuto subito dopo il terremoto del 1693, allorchè alcuni architetti e maestranze spacciarono per una chiesa pronta, da erigere in pochissimo tempo,  un progetto di chiesa “ massonica “ con tutti gli attributi e i simboli relativi. Le povere suore dovettero correre ai ripari sospendendo la costruzione e rimuovendo tutto ciò che non poteva essere accettato dalla religione cattolica. Malgrado l’attenzione qualcosa è rimasto : un pavimento che non era stato rimosso ma coperto è venuto ora  alla luce accreditando la verosimiglianza del tentativo truffaldino tramite la presenza della simbologia massonica  con i  serpenti intrecciati.

Uscendo dalla chiesa rimaniamo abbagliati, tuttavia, come fossero perle gigantesche si distinguono i limoni che traboccano a cascata dalle mura dell’arcivescovado, siamo sotto il riflettore del sole allo zenit e sento una vocina che mi sussurra: l’asimmetria della  piazza fa pensare  a  un grande occhio a forma di mandorla… che meraviglia …

L’ora del desinare incalza e malgrado ciò proseguiamo entrando nel Duomo per ammirare le  due Madonne dei Gagini,  la S. Lucia e  la S. Caterina d’Alessandria della loro scuola, il ciborio di marmo policromo del Vanvitelli, il dipinto del vescovo Zosimo attribuito ad Antonello da Messina.

Ora sotto la luce di mezzogiorno la pietra della facciata  splende come l’alabastro e  per qualche momento la vedo trasparente e mi chiedo se siamo sulla terra o in cielo, ma è un attimo, chè il passeggio dell’aperitivo domenicale di tante belle ragazze, tutte in pantaloni e stivali alla moda, vivacizza la parte umana e mette il buonumore ancora più prepotentemente di questo sole così caldo e splendente… ho perduto gli occhiali da sole…

La bellissima giornata finisce qui, non ci resta che il pranzo e la mancata visita alle catacombe di San Giovanni, regolarmente chiuse la domenica pomeriggio, intorno alle 15,30… sicchè torniamo a casa ancor prima che giunga il crepuscolo della sera, una cosa insolita per i frequentatori del wwf, del tutto imprevista. ( Egidio M.)

 

 

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