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La Primavera a  Castrum  Abulae

Il nome sulla locandina è tutto un programma : Castrum Abulae, ovvero un luogo di osservazione vicino a quello dove si è sviluppata una volta l’antica città di  Avola, quella vecchia, precedente al terremoto del 1693.

Salvo ha organizzato questa uscita primaverile del  WWF, manco a farlo apposta il 21 marzo quando tutti inneggiamo alla primavera prevista sul calendario, per farci passeggiare sull’erbetta novella, morbida e fresca sparsa in una campagna siracusana che più antica non si può.

Dove dobbiamo andare dunque quest’oggi, cos’è questa dicitura latina, Castrum Abulae?

Siamo nei dintorni della cava del Cassibile, tra colline solcate da muretti a secco di pietra bianca che caratterizzano tutta la Sicilia sud orientale.

Subito dopo il parcheggio delle auto ci avviamo a piedi lungo una stradina di campagna orientata verso il mare (avremo il sole sempre sulla nostra destra) e mi sembra che abbiamo un incedere simile a quello delle api : sparpagliati, sgranati, distratti dalla natura erbosa e dalla dolcezza dei declivi, dove cominciano ad affiorare i primi segni floreali e le prime lucertole si affacciano timide ed ancora intorpidite.

Pubblico da grandi occasioni, oggi, moltissimi giovani soprattutto, sono stati attratti evidentemente da un itinerario insolito, ma anche vecchie e piacevoli conoscenze: ho ritrovato Teresa e Ina, Salvo e Elena con il  giovane Fabrizio dopo tanto tempo, forse due anni, anzi no, Ina è stata con noi più recentemente.

Si cammina su sentiero comodo, anzi si tratta di una vera strada di campagna e le verdure commestibili attraggono l’attenzione dei buongustai.

E tu Artemide cosa ci fai qui? Non credo ai miei occhi! Come è possibile che in un giorno così sereno e tiepido, in un luogo dove ci sono pochi alberi e molti prati erbosi, tu dedita alla caccia, te ne vieni col tuo arco a passeggiare con noi?

Ahimè non mi risponde, ma camminerà accanto a me per tutto il giorno, o meglio, per tutta la mattinata, silenziosa e muta.

Ho le mie buone ragioni per distrarmi, non mi voglio far coinvolgere più di tanto da questa Citerea piena di lusinghe che non vuole rispondere alle mie domande.

foto di Grazia Contarino orchis italica - foto di Grazia Contarino foto di Grazia Contarino foto di Grazia Contarino
 

Le occasioni non mancano. C’è Salvo che è un’ancora di salvezza. Basta stargli vicino e ascoltarlo per imparare un po’ di tutto sulle orchidee selvatiche che stanno timidamente crescendo. E’ ancora presto, per ammirarle in tutto il loro splendore, bisognerebbe ritornare fra un mese. Ai neofiti viene spiegata la conformazione di alcune petali che assumono le fattezze di un “ omino nudo ”, sono quelle della  Orchis italica “,  quindi c’è l’incontro ravvicinato con gli arbusti tipici del luogo, dove non manca il timo. Il quale subito mi fa ricordare la fragranza del suo miele d’api, quello che uso a profusione nelle bevande calde quando ho bisogno di riscaldare lo spirito, ancor prima che il corpo.

Avvicinandoci a un piccolo poggio saliamo qualche metro fuori strada e ci troviamo su una sorta di balcone che guarda dentro la cava del Cassibile : verso sud-ovest si vede un laghetto, piuttosto uno slargo del letto del fiume pieno d’acqua in parte verdastra e tuttavia luccicante, ma è lontano, saranno 250 metri di parete che ci separano da quello specchio d’acqua, che una volta serviva anche per alimentare qualche mulino. Quasi tutti scattiamo le nostre foto e alcuni cercano con costanza le verdure nuove, soprattutto il finocchietto che si presenta abbondante.

A levante si vede il mare Ionio e un pezzetto di costa alluvionale, una lingua di terra intensamente coltivata solcata dall’autostrada che porta ad Avola a poca distanza dai nostri occhi e a Noto poco oltre.

Su una piccola roccia si è spostata Artemide (o se preferite Diana), così è abbigliata adesso, da cacciatrice, con un vestito leggero e succinto, un accenno di cintura ai fianchi e le ginocchia scoperte;  alta due metri e con i capelli biondi raccolti dietro la nuca, se ne sta sdegnosa volgendoci le spalle, come se fosse offesa, perfino arrabbiata, appoggiata al suo arco.

Parlo con Giusy e continua a camminare accanto a me, parlo con Maria e mi spinge soavemente una spalla, parlo con Patrizia e mi soffia sulla nuca, mi si avvicina Teresa ( che mi racconta della sua recente esperienza nel provare a fare la “ tuma ” il formaggio fresco o toma, sottolineando che ha tentato per la prima volta, consapevole di riuscire sapendo usare le mani con accortezza e capacità inventiva )  ed ella, la dea, si aggira nei dintorni e sorride sarcasticamente ai miei tentativi diversivi.

foto di Grazia Contarino foto di Grazia Contarino foto di Grazia Contarino 

Lungo la strada si presenta una parete esposta a mezzogiorno dove ci sono alcune aperture rupestri adibite a necropoli, sembra di stare a Pantalica:  un gruppetto scendiamo un valloncello per andare ad osservarli da vicino, l’occasione per fare qualche buona foto.  

Finalmente arriviamo in quel luogo chiamato Castrum Abulae, dove sorge la casa di campagna del marchese di Cassibile, il padrone del terreno che stiamo calpestando, niente di più che un guscio vuoto innalzato fino al primo piano, ma non ha il fascino delle opere incompiute che, volendo, uno può immaginare finite ed ammirarle “ non finite ” se riuscisse a scoprirne i segreti e le interne intenzioni.

Verso nord est si distingue perfettamente il profilo della magica Ortigia e verso sud con più difficoltà l’isoletta di Vendicari e ancora oltre la punta di Capo Passero. Da qui si apprezza infallibilmente la nostra condizione di isolani e forse la nostra contraddittoria sicilianità.

In questo luogo facciamo la sosta per il pranzo. Mi metto là sul ciglio del colle e aspetto… che mi passi l’agitazione… sorseggiando lentamente un po’ d’acqua fino a che la signora Agata che mi è vicina mi dice:  “ma lei non mangia ? “   “ si “,  rispondo, “ ma lo farò con calma…”

Ma la calma non m’aiuta perché lei, Diana, se ne sta ora a venti metri di distanza su una piccola altura, nei pressi di due piccoli cipressi che stridono con tutto il contesto arborio: sta in posizione eretta a gambe divaricate, in atteggiamento indomito, appoggiando l’avambraccio sinistro, o meglio il polso, sull’arco ed emana luce e calore, arde ma non brucia ( similmente al roveto ardente sul monte Sinai, vi ricordate? ), mentre squilla nell’aria il finale della pastorale beethoveniana, un attimo prima dell’epilogo, quando suo fratello Apollo, fantasticamente, si allontana sul cocchio solare.

 foto di Grazia Contarino foto di Grazia Contarino foto di Rosario Quattrocchi foto di Rosario Quattrocchi
 

Si riprende la strada di ritorno ma per altra via, un bellissimo sentiero in discesa delimitato da due file di muretti con pietra locale che rendono il tutto molto bucolico. Come è stata dolce la discesa, non ho più sentito la presenza della dea e perciò niente inquietudine, né affanno, gelosia, sospetto, amor…

Così scendiamo in pianura e dopo un po’ di strada arriviamo nel luogo in cui in mattinata avevamo posteggiato due auto affinchè ora piene di “ autisti ” possiamo essere in grado di salire sull’altipiano per riprendere le altre auto parcheggiate nel punto in cui è cominciato il percorso a piedi.

E’ già pomeriggio inoltrato e per completare la giornata ci dobbiamo recare in un luogo distante dieci chilometri, per avvicinarci alla grotta carsica, meta della nostra visita pomeridiana.

Pochissimi conoscono questa grotta e pochi decideranno d’entrare giacché su un terreno pianeggiante non coltivato, ricco di asfodeli e cespugli misti ad olivastro, al di là di un muretto di una stradicciola c’è l’ingresso: un buco a sviluppo verticale e a livello di campagna, largo circa 70 cm. per 40 in cui bisogna calarsi tenendosi su entrambi gli avambracci finché si trova l’appoggio sotto i piedi e quindi proseguire accovacciandosi e ritirando all’interno le braccia, così scomparendo alla vista di chi guarda incredulo e più o meno sorpreso e “ spaventato ”.

Non bastano le rassicurazioni dell’accompagnatore del gruppo, che comunque non nasconde un’iniziale difficoltà perché infatti  all’inizio bisogna strisciare carponi per un paio di metri e all’indietro, come fanno i gamberi.

Mi spingo fino al punto di dire che bisognerebbe entrare con un pizzico di spirito d’avventura e disposti a un senso di “ divertimento ”, ma credo di non aver convinto nessuno.

Subito dopo gli organizzatori-responsabili (Salvo e Grazia) entra il giovanissimo Fabrizio (9 anni) con estrema naturalezza: i ragazzi, disinibiti e spontanei, oltre che curiosi, sono sempre più bravi degli adulti nell’affrontare l’ignoto. ( Poco prima di uscire dalla grotta esclamerà:  questo è il più bel giorno della mia vita ).

Seguo nell’ordine Fabrizio sforzandomi di compiere la manovra d’entrata con disinvoltura allo scopo di convincere qualcuno ancora titubante (ma per la fretta e la  frenesia dimentico d’indossare “ la mia pellicola d’innocenza” come faccio sempre quando scendo in una grotta o in una cava, così mi ritroverò con l’animo scopertamente distaccato e il cuore ammutinato, incapace di provare un qualche accenno di malinconia, di tenerezza, di struggimento…).

foto di Grazia Contarino foto di Grazia Contarino foto di Grazia Contarino foto di Rosario Quattrocchi
 

Fatti i conti non entreremo in un numero superiore a quindici in due turni, su un totale di trentacinque persone.

All’interno si gode una vista meravigliosa, ovviamente alla luce delle torce elettriche, perché la grotta grande come una piccola chiesa è ricchissima di concrezioni calcaree con formazioni a stalattite  di tutte le forme e di tutte le grandezze : alcune enormi, altre più piccole ma tutte molto appuntite, una selva di  “lance“ che pendono dal soffitto a migliaia, formatasi in altrettante migliaia o milioni d’anni.

Compiendo una sorta di esplorazione lungo le pareti s’incontrano stalattiti a “drappeggio” come se fossero le pieghe di un tendaggio o di un sipario, quindi si nota qualche rara stalagmite (quelle che si formano per l’effetto delle gocce che cadendo al suolo si accumulano verso l’alto per ricongiungersi al soffitto).

Quindi Salvo ci invita a spegnere tutte le lampade per alcuni secondi al fine di apprezzare il “drammatico” senso che provoca il buio totale e nello stesso tempo per misurare il silenzio sotterraneo:  ma questo non sarà totale poiché un lieve stillicidio dà il ritmo allo scorrere del tempo, un tempo geologicamente imprendibile per noi umani che viviamo mediamente ottant’anni, meno di un millesimo di secondo rispetto ai tempi geologici della terra.

L’eccitazione e la meraviglia sono così grandi e l’attenzione che bisogna avere per non scivolare sul terreno accidentato e inevitabilmente viscido in un contesto caldo-umido, è tale che non c’è lo spazio per emozioni profonde o profondamente riflessive e il buio sostanzialmente sovrano non stimola visioni particolari o fantastiche ( nessuna dea ha voluto farmi compagnia laggiù: forse che non poteva venirmi incontro almeno una semidea, una ninfa come Euridice che tanto amo, inguaribile Orfeo, e che instancabilmente cerco e desidero? )

 

Poi, Salvo (quando ci decideremo a ringraziarlo per le emozioni che ci regala?) ci conduce nell’esplorazione di una sorta di piccola stanza  -  in cui insiste un inghiottitoio di venti centimetri di diametro ai margini del corridoio di passaggio  -  dove è possibile sedersi e ammirare da vicino la forma e le formazioni delle stalattiti;  ora, seduti, la meraviglia  iniziale diventa stupefatta emozione.

Durante la visita del secondo turno ( ingordo, sono uscito soltanto alla fine della visita dei due turni ) mi attardo dentro questo piccolo ambiente e per pochissimi minuti sono solo con me stesso nelle profondità della terra, in penombra e in compagnia della fioca luce della lampada che crea ombre e apprensione. Le voci dei compagni mi giungono lontane, ovattate, ma sono a cinque-sei metri di distanza e… incredibilmente sento un suono cupo e grave, breve e ritmato… è la musica di Gioacchino…  è venuto a trovarmi per farmi sentire l’incipit (quattro note in otto secondi) della sua bellissima Petite Messe Solennelle.

Chi la conosce potrà comprendere la felicità che ho provato.

Quando usciamo dal pertugio non c’è più il sole, è già tramontato, sicchè le nostre pupille si possono accomodare con più agio ma i visi hanno ugualmente un’espressione leggermente “ stravolta ”.

Poi segue una lieve euforia e quando subito dopo viene il momento della fotografia di gruppo ho ancora la mano ferma e lo spirito giusto per scattare le foto che Grazia e Giusy mi chiedono di eseguire per loro.

Così ho dimenticato di fare una foto con la mia macchinetta.

Quante cose ho dimenticato oggi e quante cose nuove mi sono portato appresso! L’ho capito durante la notte, nel momento in cui non potevo prender sonno, anche se prima avevo fatto una salutare doccia calda.

Mi sono sentito un essere diverso da quello che si era svegliato la mattina. (Egidio Mangano)

 

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