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Noto Antica e Villa Romana del Tellaro 25 ottobre 2009 Avendo definito nella locandina di presentazione il sito di Noto Antica “ luogo dell’anima ” ho creato delle aspettative insolite e ognuno dei visitatori di domenica, un bel gruppo di 13 persone, ha cercato a vario grado di individuarne la rispondenza e poiché non ho fatto un sondaggio non so se è veramente accaduto dentro l’animo di ciascuno questo processo di ricerca d’identità; propendo per il sì, fatte le dovute riserve. Comunque, ci siamo dovuti misurare con altri aspetti non tutti molto gradevoli. Dunque una giornata piena di contrasti e di chiaroscuri non soltanto atmosferici, una piccola e piacevole lotta con un vento di tramontana che spazzava l’altopiano, come se fossimo in primavera, con un sole tipico di ottobre, con una luce cioè dai colori caldi, muschiati, colori con sfumature marroni e verdi, passando dai cangianti riflessi dell’arancione, fino al rosso del melograno maturo. La visita del castello reale ha funzionato da aperitivo e sono stati apprezzati i vari ambienti adiacenti il mastio, con la vista della valle in cui scorre l’Asinaro, a ponente, il punto cardinale tutto pieno di nuvole ora minacciose di pioggia ora promettenti di squarci d’azzurro cielo che somigliava sempre più da vicino al cobalto. Dalla sommità del castello si è potuta godere la vista di tutte le “ frastuche “ dell’altopiano ( le piante selvatiche che servono da base portante per gli innesti del pistacchio) che cominciavano a vestirsi del giallo e del rosso autunnale; tra le radici di questi grandi arbusti le famose pietre di noto antica, tutte quelle che non sono state asportate dai ladri più o meno clandestini e che ora servono da lapide improvvisata ai morti di 316 anni fa. Ben presto siamo arrivati nel luogo della Chiesa dei gesuiti ( quella che durante la prima visita mi ha fatto tremare d’emozione e di pietà ) e abbiamo cominciato ad avvertire i segni di una approssimativa manutenzione, nel senso che è stato pulito il sentiero che porta al presbiterio ed è stata collocata qualche tabella con brevi parole di indicazione del monumento e per la verità anche di tutti gli altri, un piccolo passo avanti, nel lungo percorso d’accoglienza. Più avanti, sulla strada, invece, nei dintorni dell’ex Piazza Maggiore abbiamo trovato un momentaneo parcheggio di pulmini turistici e abbiamo dovuto assistere al passaggio di un gruppo di centauri motocross che hanno disturbato non solo la quiete, ma hanno fatto nascere una indignazione incredibile: non perché siamo soci e simpatizzanti del WWF ma perché in fondo ci troviamo in un cimitero, sia pure non organizzato e codificato e quindi un po’ di rispetto… ( ma, ahimè, sappiamo fin troppo bene che non c’è custodia e sorveglianza, tutto il sito non ha ancora la dignità né istituzionale né di fatto, di un’area archeologica protetta). Non è stato possibile individuare per mancanza di indicazioni e per qualche transenna in più collocata dai privati ( ancora presenti per circa il 20% dopo l’acquisizione demaniale di tutto il sito ), il luogo ove sorgeva il Ginnasium e abbiamo dovuto bere il calice dell’amarezza quando siamo arrivati tra i ruderi della Chiesa del Carmine, violata da quella insana ferita di una casa colonica, niente di più che una stalla, edificata probabilmente a fine ottocento sull’area del presbiterio e dove sono evidenti i segni della spoliazione secolare, della sottrazione di capitelli, fregi e basamenti di colonne, nonché di pietre lavorate e squadrate, che continua ancora oggi nel più completo abbandono e trascuratezza, aggravato dai segni profondi e ingombranti del pascolo bovino. A che vale che l’ habitat è diventato così propizio alla nascita spontanea di buone verdure spontanee mangerecce e al rigoglio degli attraenti asparagi selvatici ( grande attrazione per gli appassionati), quando sappiamo bene quanti guai trascina con sé l’esercizio del pascolo? Non solo, il luogo non ha certamente bisogno di questi aspetti bucolici per dimostrare il suo valore e dunque almeno in questo caso le mucche non contribuiscono ad abbellire il paesaggio! Il nostro itinerario prevedeva la visita dell’eremo di S. Maria della Provvidenza, costruito alcuni anni dopo il terremoto del 1693, in una posizione panoramica invidiabile, alla fine dell’altopiano , dove lo sguardo può spaziare nella grande sottostante vallata ( qui Adele viene colta da un particolare entusiasmo e cita l’effetto della sindrome di Stendhal : quasi tutti siamo d’accordo ) e può arrivare fino all’oasi di Vendicari, distinguendo i pantani e l’isoletta di Vendicari con la tipica forma di un sommergibile. Anche qui ci aspetta una brutta sorpresa ( in questa visita tanta bellezza in contrasto con tanta angoscia ) : troviamo la porta ( in ferro ) d’entrata laterale della chiesetta divelta e proviamo il terrore che ci potrebbe assalire quando ci capitasse di entrare a casa nostra dopo la visita dei ladri: una furia distruttrice ha investito il gioiellino con una violenza, anche iconoclasta, indescrivibile; sono stati asportati dai ladroni del terzo millennio, i pavimenti in maiolica colorata di stile amalfitano, i marmi di tutti gli altari, tutte le statue, tutti gli stucchi, le immagini della via crucis, insomma… è rimasto lo scheletro polveroso di un piccolo tempio sconvolto da un uragano vandalico; infine per ignobile offesa, su una lesena, il gratuito segno dell’anarchia con la bomboletta spray … Non è stato risparmiato nulla, anche l’annesso convento già restaurato ( avevamo avuto la sorte di apprezzarne la buona esecuzione qualche anno fa ) è stato spogliato dai busti e dalle statue distribuite nei corridoi e nelle numerose stanze ma anche del pavimento in cotto siciliano … basta, siamo indignati, scoraggiati, vergognosi della nostra sicilianità per due principali motivi : perché non sappiamo difendere il nostro patrimonio e perché siamo capaci di compiere questi orrori, probabilmente su commissione… La strada del ritorno viene percorsa velocemente e consumiamo lo spuntino del pranzo nell’area attrezzata che è stata approntata nei pressi del parcheggio, a pochi metri dalla porta di Montagna. Appena abbiamo finito, giusto il tempo di esporre qualche indicazione sulla prosecuzione dell’itinerario pomeridiano alla villa del Tellaro e una nuvola, tra le migliaia che oggi hanno attraversato il cielo, a tradimento, senza il minimo preavviso, scarica il suo ingombrante bagaglio sulle nostre teste : non abbiamo neppure il tempo di prendere l’ombrello : nei quaranta metri che ci separano dalle auto ci bagniamo quasi come dei pulcini. Ancora un contrasto : tanto sole, tanta luce, tanto vento e… tanta acqua! Dopo circa mezz’ora, in pianura, nei pressi di Eloro, poco prima dell’oasi di Vendicari, giungiamo ancora un po’ umidi, alla Villa Romana del Tellaro. Sono le 17, ora legale, e il sole splende ancora sufficiente per asciugarci prontamente. Che meraviglia di mosaici! Una piccola quantità rispetto a quelli, grandissimi, della villa del Casale in Piazza Armerina, ma come sono espressivi, come incantano per la finitura, per la fattura a tasselli piccoli e minuti, coloratissimi, con una vivacità pittorica inaspettata. Vederli collocati qui nel loro sito, a casa loro ( dopo averli visti e ammirati la prima sera che sono stati esposti al pubblico nel luglio del 2003 nella chiesa di San Domenico a Noto ), soprattutto saperli al sicuro, ben custoditi e guardati a vista dai custodi, mi tranquillizza e riappacifica, malgrado il disagio subito in mattinata in Noto antica. Decidiamo di andare a Noto città per un dolce, un gelato, per una visita. Troviamo la città nel suo splendore serale, con i monumenti più eminenti liberi e puliti, questa volta soltanto S. Francesco all’Immacolata è transennata e possiamo entrare in Santa Chiara che si presenta in penombra, con la statua della Madonna del Gagini sulla sinistra e la pala di San Benedetto e Santa Scolastica sulla parete destra, in questo grande ovale gagliardiano, solenne e austero, prezioso e raccolto, anche monumentale, con le dodici colonne sulla sommità delle quali fanno la guardia i dodici apostoli. Non ho chiesto l’accensione della luce, forse si poteva ottenere, così il colloquio col mio architetto preferito è rimasto misterioso, del tutto sentimentale. Quando ci spostiamo davanti alla cattedrale è appena finito il crepuscolo e il cielo ha un colore azzurro ineffabile, ma Angela mi dice che somiglia a una sfumatura di cobalto, è vero, non è ancora notte, soprattutto non è ancora scesa nei nostri cuori, penso tra me. E’ arrivato il momento del dolce nella rinomata pasticceria del Caffè Sicilia, dove Carolina, chissà perché, assaggia un dolce insolito che non ha carattere. Ma la pasticceria è formidabile. Provatela con fiducia. Soprattutto è affidabile per la qualità degli ingredienti e per la sapienza della manipolazione. Proseguiamo per via Nicolaci (quella dell’infiorata di maggio e dei mensoloni grotteschi, unici al mondo) e lì è in agguato la disattenzione, siamo così rilassati ( io sono rilassato! anzi, sono trasognato ) che non ci accorgiamo di lasciare indietro la signora Giuseppina. Continuiamo per via Cavour, la strada della nobiltà settecentesca, e sbuchiamo davanti a San Domenico, dove cerco di magnificare i movimenti architettonici del Gagliardi; ma che bisogno c’è delle parole se la bellezza della convessità è così eloquente e il gioco delle colonne aggettanti è così dirompente? Meglio stare zitti, ma non ci riesco e parlo e straparlo sulla bellezza della pietra quando si accende poco prima del tramonto di lingue fiammeggianti, il fuoco dell’ardore siciliano e della nostra teatralità, prima ancora della nostra religiosità, ché infatti è teatro puro. Queste sensazioni perdurano e si moltiplicano anche davanti alla facciata della Chiesa di San Carlo e qui mi permetto di far notare che il genio gagliardiano non ha sentito il bisogno di far ammirare questa barocca e concava meraviglia da lontano o dal centro di una piazza : ha creato questa quinta preziosa, bellissima, prospiciente una strada normale larga appena otto metri, così sei costretto a guardare in alto, ad alzare lo sguardo e a godere della prospettiva dal basso: la tecnica usata per le facciate di chiese che sono anche torri campanarie e hanno un punto di fuga verso il cielo. Geniale, semplicemente geniale. Poco dopo, trovando la signora Giuseppina al parcheggio delle auto mi assale un magone che non mi passerà : non potrò mai dimenticare la silenziosa incredulità negli occhi di Giuseppina, non saranno mai sufficienti le richieste di scuse rivolte a una persona così signorile. Ci sono mancanze che non si possono e non si devono perdonare. ( Egidio M.) |
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