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Parco Minerario Floristella-Grottacalda

domenica 27 settembre 2009

 Un silenzio irreale nei 400 ettari di Parco che comprende le ex miniere di Grottacalda-Floristella-Gallizzi che hanno segnato la storia della Sicilia per circa 2 secoli. La visita inizia nei pressi dell’antico Palmento della Famiglia Pennisi  e della Ferrovia che arrivò a Floristella-Grottacalda nel 1910 e che rappresentò per il luogo un evento di notevole importanza poiché serviva per il trasporto di merci e lavoratori. Si percorre la famosa Via del Mosto, un sentiero breve, una gradinata lunga circa 170 m. costruita in posizione perfettamente speculare rispetto al Palazzo, da cui partiva una canaletta in terracotta, e per caduta, passava il mosto che dalle vasche del Palmento raggiungeva direttamente le botti che si trovavano nei sotterranei del Palazzo.

il palmento - foto di Gaetano Vasta Palazzo Pennisi
i "calcheroni" foto di Gaetano Vasta

    Palazzo Pennisi realizzato nella seconda metà dell’Ottocento da maestranze locali ma sotto le linee guida dell’architetto toscano Falcini è in perfetto stile neoclassico, assume le sembianze di un’antica casina tipica del catanese ed era la dimora estiva della famiglia Pennisi. Affacciandosi il barone teneva sotto controllo un po’ tutta la miniera. Il palazzo soltanto con il suo esserci  proclamava l’essenza e la sostanza del potere. Il feudo appartenuto ai gesuiti, poi fu acquistato nel 1782 da Salvatore Pennisi di Acireale che, dopo aver intuito l’importanza dello zolfo iniziò a chiedere al governo reale il permesso di sfruttamento del giacimento.

“Porta lo zolfo, o vecchia, voglio solfare la sala”.
Così Omero, nell’Odissea, fa parlare Ulisse nel momento in cui, uccisi i Proci che gli insidiavano la moglie e il regno, vuole purificare la sala della mattanza.

Pozzo 3 - foto di Gaetano Vasta il "rovescello" foto di Gaetano Vasta foto di Gaetano Vasta
il Pozzo n. 2 foto di Gaetano Vasta il Rio Floristella la mandragora autumnalis - foto di Grazia Contarino 

  Questa testimonianza, assieme a tante altre, ci dice che le proprietà disinfestanti e purificatrici dello zolfo erano conosciute sin da tempi remotissimi. Ma l’uso industriale del prezioso metalloide avvenne compiutamente dalla seconda metà del Settecento in poi, con la rivoluzione industriale in Europa, con la nascente industria chimica moderna e soprattutto con la crescente industria bellica.  Dal retro del Palazzo è possibile vedere il Dopolavoro, dove i minatori alla fine di una dura giornata di lavoro, amavano andare per chiacchierare un po’ e rilassarsi. Nella facciata, a caratteri cubitali, la scritta: “Prima i doveri e poi i diritti” ecco perché da qualcuno venne definito simile ad un campo di concentramento.
    All’interno del Parco è possibile leggere una stratigrafia del progresso tecnologico dei vari metodi estrattivi. Dalle discenderie semi verticali (gallerie di accesso alla miniera, cunicoli per raggiungere i giacimenti), scavate col piccone e profonde poche decine di metri, ai 3 pozzi di estrazione verticale.  Costruito negli anni settanta il Pozzo 3, profondo circa 200 metri,  è il pozzo da cui è passato meno zolfo. Ancora sono ancora visibili la cremagliera, il rovescello, la tramoggia, i nastri, il silos, i vagoncini. Accanto, i vari locali di contorno al pozzo: spogliatoi, infermeria, officine, magazzini, etc.

 
cristalli di gesso
tracce di zolfo - foto di Giuseppe Strazzeri

    Lo zolfo non si rinviene nel sottosuolo allo stato puro, bensì frammisto con materiale inerte dal quale bisogna separarlo attraverso la somministrazione di calore. Alla temperatura di 116°C , lo zolfo liquefacendosi veniva separato dal resto dei materiali (la ganga) che rimaneva allo stato solido. Fu quindi messo a punto il calcherone, una struttura ben riparata dai venti e poco distante dall’ingresso dei pozzi d’estrazione. In corrispondenza del punto più basso del fondo si trovava la “morte”, ovvero il punto di comunicazione tra l’interno e l’esterno da cui fuoriusciva lo zolfo liquefatto. La disposizione dei materiali avveniva partendo dal basso con i blocchi più grossi e via via sempre più piccoli fino alla copertura con un materiale residuale di altre lavorazioni (ginisi) che impastato gli conferiva la forma di un cono. Gli operai che si occupavano del caricamento e quelli che curavano le fasi della fusione, “riempitori” e “arditori”, furono figure determinanti per la buona riuscita delle operazioni.
    In seguito furono messi a punto i Forni Gill, più moderni che recuperando il calore prodotto durante la combustione, ne aumentavano l’efficienza. Diverse furono le cause che hanno portato al declino e al fallimento dell’industria mineraria siciliana, tra tutti, il principale fu l’avvento del metodo Frasch o con sonda che consentiva, nei giacimenti in cui lo zolfo aveva un’elevata percentuale di purezza, la sua estrazione per mezzo dell’insufflazione di vapore nel sottosuolo che ne determinava lo scioglimento e ne facilitava l’estrazione.
    Uno dei locali di “contorno” del Pozzo 3, è stato destinato a sala proiezioni; la visione di un breve filmato con immagini antiche e la testimonianza di un ex-minatore, hanno permesso di  comprendere il dolore e l’umiliazione sopportato dai minatori. I lavoratori non avevano garanzie, le loro giornate erano interminabili e le paghe da fame Il loro “unico” compito era quello di estrarre zolfo dalle viscere della terra, ridurre sempre più i tempi di estrazione e portarlo su.

Enna  

Il Castello di Lombardia - foto di Gaetano Vasta Calascibetta - foto di Gaetano Vasta foto di Gaetano Vasta
la Rocca di Cerere - foto di Gaetano Vasta foto di Gaetano Vasta foto di Gaetano Vasta foto di Gaetano Vasta
 

    Enna, definita un tempo “umbilicus siciliae perché situata al centro della Sicilia, con i suoi 1000 metri s.l.m., è il capoluogo di Provincia più alto d’Italia. E’ l’unica provincia in Sicilia a non avere sbocchi sul mare, ma ciò non rende meno affascinante il suo patrimonio artistico, culturale e storico. Dalla vetta della città, lo sguardo spazia per quasi tutta l’isola, abbracciando l’Etna, le Madonie e i Monti Erei. Le sue origini si fanno risalire già ai tempi preistorici anche se notizie più certe si hanno a partire dalla dominazione dei Greci nel V sec. a.C. Simbolo della città è il Castello di Lombardia, uno dei più bei castelli medievali esistenti in Sicilia. Chiamato Castrum Regium per la sua potenza difensiva, durante la dominazione normanna, al tempo del conte Ruggero, divenne centro di stanziamento di una legione lombarda da cui deriva l’attuale denominazione. Federico II di Svevia, arrivato a Enna nel 1233, ne comprese l’importanza ai fini strategici e decise di consolidarlo ed espanderlo per stanziarvi un’importante guarnigione. Si accedeva al Castello mediante un ponte levatoio e all’interno era suddiviso in 3 cortili: il Cortile di San Nicola oggi  trasformato in un grandioso teatro all’aperto per spettacoli estivi; il Cortile delle Vettovaglie sede di stalle, granai e cucine; il Cortile di San Martino in cui si trova la Torre Pisana. Dalla Torre Pisana, oltre che il vasto panorama, si ammira la Rocca di Cerere, edificata in onore di Cerere e di sua figlia Proserpina. Enna è stata da tempo legata al culto della dea delle messi e della fertilità. Il mito racconta che la figlia, fu rapita, nei pressi del lago di Pergusa, dal Dio degli Inferi Plutone che ne fece la sua sposa, consentendole di ritornare sulla terra dalla primavera all’autunno dalla madre sconsolata. Particolarmente interessante è stata la visita del Duomo, edificato nel 1307. Del progetto originario non resta che l’impianto basilicale e la zona absidale, poiché nel 1446, la Chiesa andò in gran parte distrutta a causa di un incendio. La lunga campagna di restauri modificò le linee trecentesche dell’edificio, che solo nel XVIII sec. trovò una sistemazione definitiva.  Dentro ogni cosa è un pezzo d’arte: dalle colonne in alabastro al tetto ligneo a cassettoni intarsiato di Scipione di Guido, dal Cristo dei 3 volti al Battistero del periodo arabo portato dal Castello di Lombardia, dalle tele del Paladini a quelle del Borremans e al pulpito marmoreo del Gallina.                                                                    (Monique Selva) 


La visita al Parco Minerario Floristella Grottacalda anche se inserito nel programma escursionistico di quest’anno, non è stata sicuramente un’escursione. Si è riaperta, domenica scorsa, una finestra attraverso la quale gettare lo sguardo in una delle pagine più triste del nostro recente passato. Una storia fatta di dolore, miseria e sfruttamento di generazioni di uomini, minatori e non, senza fare sconti a nessuno, bambini compresi. Quei “carusi” che in tenerissima età venivano ceduti, per bisogno, dalle loro famiglie per essere utilizzati in un lavoro massacrante. Non faremmo sicuramente giustizia  se non contestualizzassimo questi eventi inquadrandoli nel periodo storico-sociale in cui questi si sono succeduti. Ma si percepisce l’impressione che di queste cose non se ne parli abbastanza e con la giusta importanza. E’ come se, vergognandocene, tentassimo di rimuovere i fatti. L’accostamento della Miniera Floristella Grottacalda ad un campo di concentramento non è azzardato ma, con le dovute differenze, l’incombete presenza di quel Palazzo Pennisi sui minatori che lavoravano nella valle, non doveva essere per niente rassicurante. Perché nulla si dimentichi, si ritiene giusto che a questi fatti venga data più risonanza possibile perché queste cose non abbiamo a ripetersi. Un ringraziamento va a  Monique Selva, la guida,  per la competenza  e  la sensibilità dimostrata nell’esposizione dei fatti cronologicamente accaduti.          (essecu)


 

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