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Ddieri di Cava Grande

Domenica 20 maggio 2007

Il tavolato calcareo Ibleo è fittamente inciso da profonde valli, dei veri e propri canyon, che si chiamano “cave”,  fra le più interessanti e spettacolari c’è sicuramente la Cava Grande del Cassibile.  Senza ombra di dubbio è una delle meraviglie della Sicilia, un luogo dove contemporaneamente si possono scoprire sia una natura quasi incontaminata che  tracce dell’uomo, sin dal Neolitico. In questa impressionante fenditura del tavolato, lunga circa dieci chilometri, larga in alcuni punti uno e profonda in alcuni tratti fino a circa trecento metri, scorre il fiume Cassibile (l’antico Kakyparis dei greci), che continua ad erodere con le sue stupende acque cristalline le tenere rocce calcaree. Nella cava sono presenti due  insediamenti umani la Grotta dei Briganti sul versante sinistro e i Ddieri di Cava Grande sul versante destro della Canyon. La presenza dell’uomo si fa risalire all’età del bronzo (1000 a.C.) quando sfruttando il naturale sito, difeso dalle inaccessibili pareti a strapiombo della cava e la vicinanza dell’acqua, i Siculi hanno costruito i due villaggi rupestri, due veri nidi d’aquila, divenuti ormai parte del paesaggio. La parola ddieri si fa risalire dall’arabo dar  (casa) o ed-deyar (villaggio rupestre). La tecnica d’escavazione più diffusa e sperimentata dall’uomo fu quella del calcinamento, che consisteva nel sottoporre il calcare ad un processo di riscaldamento mediante l’accensione di fuochi, finché esso cedeva per effetto del calore, sbriciolandosi. Ciò naturalmente ha implicato tempi molto lunghi per la realizzazione di dette opere.

Non è un percorso facile quello che, partendo dal Belvedere della Cava Grande e  percorrendo l’alveo del  Fosso Calcagno, porta, ricongiungendosi al sentiero di mezza costa, all’interno della Cava. Un sentiero appena accennato, spesso intuito, ma non per questo meno bello, e se nella parte iniziale, nel periodo primaverile  è facile imbattersi in una straordinaria fioritura di orchidee selvatiche, giunti all’interno della cava, un fresco bosco di lecci e platani ha rinfrancato gli escursionisti. Ed è stato all’ombra di questo boschetto che abbiamo avuto l’incontro ravvicinato con un rettile da troppo tempo cercato, il colubro leopardino.

 Il colubro leopardino (Elaphe situla) è un serpentello lungo mediamente poco meno di 1 metro, assolutamente innocuo per l’uomo, dalla livrea giallastra con grandi macchie tondeggianti bruno-rosse circondate di nero. Gli occhi sono grandi con pupilla rotonda e arancione. Vive sia nei boschi che nei luoghi aperti, attivo di giorno si nutre di lucertole, di piccoli mammiferi, di uccelli ed anche di uova.

L’Escursione è proseguita attraverso una ripida salita sul costone, che porta alla base del sito archeologico, un breve passaggio con la corda ha facilitato la salita ai livelli superiori dei Ddieri, ed uno stretto sentierino scavato nella roccia calcarea (non percorso da tutti) ha consentito il raggiugimento della parte finale del villaggio rupestre. Prima di scendere una breve sosta ha permesso la visita della cisterna, munita di scala interna, scavata nella roccia.     (essecu) 




 

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